24/11/2025
Mi chiamavo Nicolina Pacini, avevo quindici anni.
Uno zaino sulle spalle, il cellulare in tasca, il lucidalabbra nella borsa. Era il 20 settembre 2017 e stavo andando a scuola. Vivevo con i nonni a Ischitella, insieme a mio fratello. La mamma era lontana, a Viareggio, e papà pure. Ma a quell’età non ti fermi a pensare a queste cose: ti concentri solo sul presente, le amiche, le lezioni, i sogni da inseguire.
Scendevo le scalette, un passo dopo l’altro. All’improvviso lui.
L’ex compagno di mia madre, Antonio Di Paola. Non aveva niente a che fare con me, eppure aveva deciso che dovevo pagare al posto suo. In mano stringeva una pi***la. Mi ha bloccata, voleva che gli dicessi dove fosse mamma. Io non ho risposto. E allora ha premuto il gr*****to.
Il buio.
Sono caduta, poi la corsa all’ospedale, la lotta disperata dei medici. Ma non c’era più niente da fare. A quindici anni la mia vita si è fermata su quel marciapiede, in un mattino come tanti.
Non ho fatto in tempo a innamorarmi.
Non ho fatto in tempo a scoprire chi sarei diventata.
Non ho fatto in tempo a vivere.
Eppure le denunce c’erano, i segnali anche.
Una volta mi aveva puntato un coltello allo stomaco.
La mia mamma aveva chiesto aiuto più volte.
Ma nessuno ha fermato quell’uomo.
Poi è arrivato lo scandalo dei fascicoli spariti.
Gli atti che raccontavano la nostra storia, custoditi nei tribunali di Firenze e di Bari, sono svaniti nel nulla. Quei documenti avrebbero spiegato perché io e mio fratello eravamo stati riportati a Ischitella, lontani dai genitori, e perché nessuno aveva dato peso alle minacce. Eppure non se ne è più trovata traccia. Promesse di ispezioni mai mantenute, verità sepolte insieme a me.
Io volevo solo andare a scuola.
Volevo una vita imperfetta, ma mia.
Invece sono stata uccisa da un proiettile calibro 22.
Eppure eccomi qui, con la mia voce che non c’è più ma che voglio lasciarvi come un monito.
Perché ricordatevi sempre: io ero la figlia di qualcuno, ma potevo essere anche la vostra.
Irene Vella