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17/10/2026

In 644 pagine, il giudice di Caltanissetta Santi Bologna cristallizza la storia del dossier: «Gestione scellerata» da parte dei magistrati e Borsellino fu «volutamente» tenuto all'oscuro dell'archiviazione.

07/10/2026

L’attacco di Scarpinato al giudice scuote finalmente il Csm, la lettera dei dieci consiglieri e il sonno profondo dell’Anm

Dopo l’articolo con cui ieri Il Riformista aveva sottolineato il silenzio dell’Anm e dello stesso Consiglio superiore della magistratura sulle accuse rivolte da Roberto Scarpinato al gip di Caltanissetta Santi Bologna, dieci consiglieri di Palazzo di Bachelet hanno deciso di chiedere l’apertura di una pratica a tutela del magistrato nisseno.

La richiesta è stata firmata ieri da sei togati di Magistratura indipendente, Edoardo Cilenti, Paola D’Ovidio, Maria Vittoria Marchianò, Maria Luisa Mazzola, Eligio Paolini e Dario Scaletta, e da quattro consiglieri laici di centrodestra: Felice Giuffrè, Enrico Aimi, Daniela Bianchini e Daniele Porena. Il caso è quello esploso attorno al decreto di archiviazione firmato da Bologna sul filone Mafia-appalti delle stragi del ’92.

Nel provvedimento il gip aveva infatti scritto, senza tanti giri di parole, che Scarpinato, ex procuratore generale di Palermo e oggi senatore M5s, aveva tenuto una condotta “depistante” nei colloqui con l’ex pm Gioacchino Natoli prima della sua audizione davanti alla Commissione antimafia. Scarpinato aveva reagito definendo “gravemente falsa” l’accusa e sostenendo di avere semplicemente invitato Natoli a riferire in Commissione una circostanza che lo stesso Natoli gli aveva raccontato.

“Non compete al Consiglio stabilire quale ricostruzione sia corretta, né valutare la fondatezza dell’archiviazione”, spiegano i dieci firmatari. Gli strumenti per contestare una decisione giudiziaria esistono e vanno utilizzati nelle sedi previste dall’ordinamento. Altro discorso è descrivere un provvedimento come uno strumento che dà “manforte al bullismo politico”: in quel caso l’esercizio della giurisdizione viene trascinato dentro uno scontro politico e al magistrato vengono attribuite finalità estranee alla sua funzione. Se il Csm ha preso dunque posizione, resta il silenzio, sempre più “singolare” visti i precedenti in casi analoghi, dell’Anm.

di Giovanni Maria Jacobazzi

Corso biennale di tecnica e deontologia del penalista. Ospite la Dott.ssa Valentina Balbo - Corte di Appello di Caltanis...
25/09/2026

Corso biennale di tecnica e deontologia del penalista. Ospite la Dott.ssa Valentina Balbo - Corte di Appello di Caltanissetta

20/09/2026

Attentato a Sigfrido Ranucci: la Procura di Roma sta dando una lezione di compostezza da manuale

Talvolta capita, anche dopo vent’anni di grigie aule penali, di sognare ad occhi aperti. Mi è successo scorrendo la rassegna stampa di questi giorni. La conduzione dell’indagine romana che occupa da settimane le prime pagine dei quotidiani incarna, ai miei occhi, quell’ideale garantista che avevo dato per morto-sepolto sotto la valanga di No al referendum. Chi, come me, sta per traguardare il mezzo secolo ricorda l’avvento del giustizialismo degli anni ’90, le cronache di Tangentopoli, con indagini, che non ammettevano zone grigie: per guadagnarti lo status di vittima dovevi dichiararti concusso, altrimenti rischiavi di concorrere nella corruzione, punto. Né la sinfonia è poi cambiata molto. Ancora oggi l’iscrizione nel registro degli indagati è troppo spesso un automatismo — una telefonata intercettata, un’agenda, un sospetto ben pettinato, e la notizia dell’avviso di garanzia arriva – se la vicenda ha rilievo mediatico – con il telegiornale della sera. L’elemento soggettivo? Figurarsi, materia da dibattimento. Prima si iscrive, poi si approfondisce, quando e se si approfondisce.

Attentato a Sigfrido Ranucci: la Procura di Roma sta dando una lezione di compostezza da manuale

In queste settimane, finalmente, qualcosa di diverso. Nella vicenda dell’attentato a Sigfrido Ranucci, la Procura di Roma sta dando una lezione di compostezza da manuale. Riepiloghiamo quanto tutta la stampa va riportando — beninteso, ricostruzioni giornalistiche che attendono verifica processuale. Il 2 luglio il giornalista, invitato dai pm a indicare piste plausibili sull’attentato subìto, non fa parola dell’amico Valter Lavitola, pluripregiudicato che da mesi — scrivono i cronisti — lo intratteneva proprio sull’attentato e sui possibili autori, e che, interrogato, non avrebbe escluso che l’amico potesse aver dubitato di lui. Ha taciuto il nome dell’amico? Ignoranza del suo ruolo, non reticenza. Giustamente la Procura, ritenuta la totale buona fede di Ranucci, non lo iscrive. Il 4 luglio Lavitola viene perquisito e scopre di essere indagato quale mandante. Poche ore dopo, alle 3.56 della notte, i due — a quanto si apprende — conversano su Signal per circa due ore; contestualmente, un file dal nome evocativo, «Ordinanza.pdf», transita verso l’entourage del giornalista, e all’alba, per dirla con il gip, è già in corso la ricerca di una «spiegazione plausibile».

I telefoni

Ancora una volta, la Procura romana merita il plauso, perché pretende, anche ai fini della mera iscrizione — atto che, ci insegnano, nulla pregiudica —, lo scrutinio pieno dell’elemento soggettivo. Ranucci ha discusso con Lavitola due ore la notte della perquisizione? Conforto a un amico in difficoltà, non concorso nella ricerca di un alibi, e, se pure alibi fosse, cercato in buona fede. Il dolo, signori, il dolo: dove non c’è dolo non c’è reato, né obbligo di iscrizione. Quanto ai telefoni, in quello di Lavitola, sequestrato, parrebbero mancare settimane di chat con l’amico; di quello del giornalista non è dato sapere, perché non è mai stato sequestrato né copiato, né esibito. A chi se ne domanda il perché rispondo io che evidentemente ignora l’articolo 200, comma 3, del codice di rito, che accorda al giornalista il segreto sulle fonti fiduciarie, e la giurisprudenza di Strasburgo sulle intrusioni nei materiali dei cronisti. Può escludersi che tra le chat con l’amico pluripregiudicato si annidasse una fonte? No! E allora le fonti vanno protette sempre, perfino quando coincidano, per avventura, con il mandante reo confesso del proprio attentato.

Qualche eterno bastian contrario, obietterà che l’iscrizione serve proprio a verificare se il dolo ci fosse; che il segreto protegge la fonte, non la vittima che parla nientemeno che con il mandante; che il sequestro del secondo telefono era l’unico modo per stabilire se i «buchi» siano cancellazioni selettive o altro. Sbagliano, costoro, a non vedervi una esemplare attuazione di quel diritto penale liberale che i penalisti invocano da anni, fatto di presunzione di buona fede, di centralità dell’elemento soggettivo, di sacralità degli strumenti del mestiere, di prudenza nell’uso del registro degli indagati. Insomma, un modello, e ai modelli si chiede soltanto di essere replicabili. Il mio auspicio è che il precedente Ranucci faccia scuola in ogni procura d’Italia, per ogni cittadino.

Cari Colleghi, plaudiamo al nuovo corso e pretendiamo, d’ora in avanti, per ogni assistito la stessa, sacrosanta, prudenza investigativa. C’è il rischio, certo, di svegliarsi e dover spiegare ai nostri clienti che la realtà processuale è usualmente altra. Ma intanto godiamoci il sogno di un ordinamento in cui la prudenza dell’accusa è la regola aurea, l’iscrizione l’extrema ratio.

Luca Fanfani

Indirizzo

Viale A. Diaz N. 80 C/o Palazzo Di Giustizia
Enna
94100

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 14:00
Martedì 09:00 - 14:00
Mercoledì 09:00 - 14:00
Giovedì 09:00 - 14:00
Venerdì 09:00 - 14:00

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