13/05/2017
La pillola del 13 maggio 2017
SEPARAZIONE DELLE CARRIERE: NOI SIAMO L’ECCEZIONE, NON LA REGOLA
11mila firme: questo lo strepitoso risultato raccolto dalle Camere penali italiane nella sola prima settimana dal lancio ufficiale della campagna di raccolta delle firme a sostegno della legge di iniziativa popolare per la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti. Strepitoso perché ottenuto da una federazione di associazioni territoriali strutturalmente non attrezzate per sostenere e gestire iniziative schiettamente politiche quale questa in corso; strepitoso perché frutto della iniziativa di poco più di un terzo, ad oggi, delle Camere penali.
Obiettivo ancora lontanissimo, certo, ma il dato colpisce, a conferma che il tema suscita grande attenzione e coinvolgimento, e che si tratta di un tema, possiamo dirlo, popolare (come d’altronde avevano già provveduto a dimostrare, nell’ultimo quindicennio, le iniziative referendarie radicali).
Sarebbe davvero un grande passo avanti se questa iniziativa, non a caso concepita e voluta libera da ogni ipoteca politica, al prezzo consapevole di una conseguente, maggiore debolezza organizzativa, raggiungesse un primo, fondamentale risultato: e cioè quello di guadagnare a questo importante e delicatissimo tema almeno la decenza di un confronto di idee civile, leale, scevro dalle consuete mistificazioni.
Sarebbe bello, dunque, che ci si potesse finalmente confrontare su questo prospettato riassetto ordinamentale e costituzionale senza doversi misurare con l’intollerabile sfregio dell’essere additati –i sostenitori della separazione delle carriere- come gli eredi del disegno politico di Licio Gelli, o come coloro che puntano ad una magistratura inquirente ridotta a cagnolino ubbidiente del potere esecutivo.
Anche perché, se mai riuscissimo a restituire a questo importante confronto l’onestà intellettuale che gli è indispensabile, sarebbe finalmente possibile comprendere, per esempio, cosa gli oppositori di questa riforma pensino degli assetti ordinamentali vigenti nella gran parte delle democrazie occidentali.
Il Prof. Michele Caianiello, ordinario di procedura penale nell’Università di Bologna, ospite ieri sera della trasmissione settimanale su Radio Radicale da cui origina questa piccola rubrica, ha in pochi minuti tratteggiato, con disarmante semplicità, una panoramica comparativa bastevole da sola a liquidare ogni possibile mistificazione.
Le soluzioni ordinamentali –ci ha ricordato il prof. Caianiello- sono molto variegate, ma tutte prevalentemente caratterizzate dalla separazione tra magistratura requirente e magistratura giudicante. In Inghilterra fino al 1986 l’attività inquirente era addirittura riservata alla Polizia; poi si è aggiunta ad essa la figura di un avvocato, dunque non un magistrato togato, che governa e controlla l’attività di indagine della Polizia. Allo stesso modo negli Stati Uniti la funzione dell’ufficio di Accusa è affidata agli avvocati, a livello statale con sistema elettivo, ed a livello federale per nomina Presidenziale. In Germania ed in Francia, altri due colossi della democrazia occidentale, i Pubblici Ministeri sono togati, ma sottoposti all’esecutivo e con carriere separate, ovviamente, dai magistrati giudicanti. E così in Polonia, ed in molti altri stati europei.
La proposta di legge delle Camere Penali Italiane non prevede, per sovrappiù, in nessun modo la sottoposizione del Pubblico Ministero all’esecutivo. L’indipendenza è un valore condiviso e garantito dalla previsione di un doppio CSM; mentre l’azione penale rimane obbligatoria, ma temperata dalla indicazione delle priorità di politica criminale rimesse non certo all’esecutivo, ma al potere legislativo, cioè all’organo che esprime la sovranità della volontà popolare in ogni società democratica.
Insomma, basta guardarsi intorno per comprendere che la vera anomalia, il sistema ordinamentale davvero eccezionale è esattamente il nostro. L’idea che il Giudice, che la Costituzione vuole equidistante dalle parti, sia composto da Colleghi dei magistrati del Pubblico Ministero, accomunati dal medesimo concorso, dalla medesima formazione, dal medesimo organo di autogoverno, è una anomalia tutta italiana. Chi difende questo sistema, invocando altrimenti catastrofi democratiche, dovrà spiegare con chiarezza come mai queste catastrofi non si registrano in quelle grandi democrazie europee che abbiamo solo a titolo di esempio ricordato; e se dunque, al contrario, non si debba riflettere sulla catastrofe democratica del nostro sistema, dove le Procure della Repubblica decidono le sorti politiche di un Paese; e dove l’unica indipendenza ancora da conquistare è proprio quella dei Giudici dai propri Colleghi Pubblici Ministeri. Firmate, firmate, firmate.