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21/12/2024
08/04/2023

REPORT, IL FANGO NEL VENTILATORE

La trasmissione di Rai 3 Report ha davvero superato sé stessa nell’ultima puntata, e sì che non era per niente facile. Non è certo la prima volta che quella trasmissione, idolatrata dai suoi fanatici sostenitori come esempio fulgido di “giornalismo di inchiesta”, adotti quella tecnica narrativa che gli anglosassoni definirebbero “sh*t in the fan”, e che qui sobriamente traduciamo in “fango nel ventilatore”. Ma il servizio dedicato agli “avvocati difensori dei detenuti al 41 bis” ha superato, davvero, ogni limite di (in)decenza. Auspico, ed anzi sono certo, che i colleghi loro malgrado coinvolti in questa incredibile, inaudita, incivile messa all’indice, adottino senza esitazione tutte le iniziative che riterranno utili a tutela della propria reputazione personale e professionale, per le quali avranno l’Unione Camere Penali al loro fianco. In sostanza, la trasmissione ruotava intorno ad una premessa la cui ideazione può nascere solo nelle menti di persone da un lato ossessionate -ormai quasi patologicamente- dal tema dell’antimafia brandita come un manganello da una sorta di autoproclamatasi ronda dei “Guardiani della legalità”; dall’altro, prigioniere di un irredimibile analfabetismo costituzionale, che fa loro percepire con viscerale avversione alcuni fondamentali principi della nostra Costituzione, considerati alla stregua di un piede di porco adoperato cinicamente (dagli avvocati in particolare) per scardinare il becero ordine morale ed etico che costoro coltivano ed idolatrano.
L’idea grottesca è che se un avvocato difende più detenuti ristretti al 41 bis (un tema, quello del buttare la chiave, che eccita costoro smodatamente), questi può per ciò solo rendersi docile strumento di indebite comunicazioni illecite tra i detenuti, facendo leva (ecco il “piede di porco”) sulla inviolabilità del diritto di difesa, che postula il divieto di ascolto delle conversazioni tra avvocato e detenuto.
Quindi, poiché costoro, come dicevo, detestano e guardano con sospetto e disprezzo quisquilie come la assoluta intangibilità del diritto di difesa, ma sanno di non poter richiedere apertis verbis l’ascolto di quelle conversazioni, ecco che puntano la questione per una via traversa. Sicchè accendono il ventilatore e ci buttano dentro il fango del sospetto: se un avvocato difende un numero eccessivo di detenuti tutti contemporaneamente al 41 bis, non è forse un potenziale strumento di aggiramento dell’isolamento voluto da quella norma dell’ordinamento penitenziario? Per ca**tà, fanno dire all’immancabile dott. Sebastiano Ardita mentre ronza (“inesausto”, direbbe Paolo Conte) il ventilatore, non diciamo mica che questo accada con certezza! Anzi, sia ben chiaro -precisa Ardita, tuttavia più minaccioso che rassicurante- la deontologia professionale glielo impedisce, sicchè, in linea di massima, siamo certi che il professionista si rifiuti. E però (senti le pale come ronzano, vedi il guano come schizza incontrollabile) l’avvocato può divenirne piuttosto una vittima (si intenerisce il dott. Ardita, che ora sembra il Lupo travestito da nonna di Cappuccetto rosso), dobbiamo difenderlo da questa esposizione, da questi rischi incombenti sulla sua correttezza professionale, che giammai mettiamo in discussione ma che la debolezza umana e la feroce astuzia dei mafiosi potrebbe infine travolgere. Facciamo qualcosa, interveniamo, regoliamo, limitiamo.
E così questi galantuomini, soi-disant giornalisti d’inchiesta, pubblicano un elenco (probabilmente non divulgabile, ma lo stiamo accertando) di avvocati con il maggior numero di assistiti al 41 bis, nomi e cognomi, così, tanto per gradire. Non tutti, per di più, ma tanto basta, così funziona il metodo del ventilatore, a chi tocca non si ingrugna, come si dice a Roma. E, non paghi, attirano con l’inganno una nostra collega, che ne difende molti perché nel carcere della sua città vi è forse il più alto numero di detenuti al 41 bis d’Italia, la quale, da persona per bene quale è, risponde immaginando una chiacchierata amichevole, ignara di essere ripresa, registrata ed esposta, senza il proprio consenso, al pubblico ludibrio della setta di fanatici (non di rado pericolosi) che amano frequentare questi angiporti televisivi. Naturalmente, poiché il fanatismo si accompagna alla ignoranza, costoro ignorano che i detenuti al 41 bis sono raccolti solo in alcune carceri italiane, e dunque si concentrano solo su quei Fori; che l’assistenza difensiva nella fase della esecuzione è iper-specialistica, e quella relativa al 41 bis ancora di più, ed è dunque naturale che quei detenuti selezionino un ristrettissimo numero di avvocati dello stesso Foro territorialmente legato al luogo di detenzione. Insomma, nessun piano, nessuna strategia, nessun grande attentato alla Legalità: semplice specializzazione. Sarebbe come volgarmente e del tutto gratuitamente insinuare che, essendo i magistrati antimafia sempre gli stessi per anni ed anni, essi sono più facilmente esposti alla corruzione da parte dei loro stessi indagati, sicché sarebbe meglio ruotarli in continuazione. Non perché noi sospettiamo che essi siano corruttibili, ma -come direbbe Ardita- per proteggerli da quel pericolo. Che ne dice, dott. Ardita? E Lei, dott. Ranucci? Guardi che bella idea per un’altra delle vostre fantastiche inchieste, attendiamo fiduciosi. Però spegnetelo ogni tanto, quel ventilatore, rischiate di bruciare il motore.

03/02/2023

41BIS: SE SOLO SI FACESSE UN PO’ DI BUONA INFORMAZIONE

Abbiamo detto mille volte che i temi della giustizia penale si discutono ormai come si parla di calcio tra curve contrapposte. Ignoranza, visceralità, totale indisponibilità all’ascolto. Il tema del 41 bis ovviamente non si sottrae a questa desolante regola, anzi la esalta, come stiamo vedendo in questi giorni.
Come uscire da questo pantano, da queste sabbie mobili nelle quali annegano razionalità e civiltà del confronto di idee? È semplice: basterebbe fare della buona, onesta, documentata informazione.
Chi come me -e come da sempre tutti i penalisti italiani- denuncia con forza la barbarie di questo istituto, non pensa nemmeno per un attimo che lo Stato non abbia il diritto ed anzi il dovere di differenziare i regimi di detenzione a seconda della pericolosità criminale del detenuto. E’ ovvio che un soggetto qualificato come un pericoloso capomafia debba essere ristretto in condizioni tali da non poter continuare ad esercitare il proprio potere criminale. Questa finalità preventiva del regime custodiale, a garanzia della sicurezza sociale, non può sensatamente essere messa in discussione da nessuno.
Senonchè il regime normativo e regolamentare dell’art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario persegue questa legittima e giustissima finalità con modalità tali da risolversi invece nella sistematica -ed in alcuni casi addirittura sadica- umiliazione delle condizioni minime di dignità della persona detenuta, senza che peraltro ciò abbia nulla a che fare con la tutela della sicurezza sociale. E questo ha una ragione storica, visto che la norma fu introdotta sull’onda delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, in pieno stragismo mafioso. Lo Stato reagì con straordinaria durezza, letteralmente “murando vivi” i detenuti per mafia di più alto lignaggio e più pericolosi. Ciò fu possibile perché la norma nacque come provvedimento esplicitamente eccezionale e transitorio, così giustificandosi la ferocia delle misure. A’ la guerre comme à la guerre, insomma.
Senonchè quella eccezionalità, proroga dopo proroga, e divenuta la regola, e da pochi mesi o forse un anno che avrebbe dovuto sopravvivere, esiste e prospera da trent’anni.
Dicevo allora della buona informazione, che nessuno fa. Vorrei darvene io qualcuna.
I detenuti al 41 bis hanno l’obbligo di rimanere in cella per 21 ore al giorno. Hanno diritto massimo a due ore d’aria (in cortili con alte mura) e ad una di “socialità”, riducibili ad una sola ora d’aria per ritenute ragioni di pericolosità. Nelle “aree riservate”, cioè di massima sorveglianza (dei veri e propri sottoscala) l’ora d’aria si fruisce in piccoli e ristretti cortili, che non permettono nemmeno di azzardare un passo di corsa. Colloqui con moglie, figli, familiari: un’ora al mese, e sempre divisi da un vetro. Un detenuto non può nemmeno sfiorare la mano di un figlio o di una moglie per anni, quando non per il resto della propria vita. Tranne un paio di eccezioni, i reparti 41 bis non sono dotati di struttura sanitaria adeguata. Salvo necessità di natura ospedaliera, le visite mediche, qualunque ne sia la natura, urologica o odontoiatrica, si svolgono nella medesima stanza, con le ovvie conseguenze in termini di igiene. Ma soprattutto -udite udite- avvengono alla presenza di un agente della polizia penitenziaria, che sta addosso a medico e paziente ascoltando la conversazione ed assistendo alla visita, qualunque manovra il medico debba compiere: e qui la umiliazione della dignità della persona tocca l’apice. Lo scambio di piccola oggettistica tra soggetti dello stesso gruppo di socialità è vietato, salvo autorizzazione del Giudice di Sorveglianza, reclamabile dal DAP. Fino al 2018 era vietato cucinare in cella (è dovuta intervenire la Corte Costituzionale). Non si possono ricevere libri per studiare, non si può essere seguiti da professori o tutor. Abbigliamento e libri di lettura contingentati. Solo da pochi anni si può guardare la TV, ma i canali sono limitatissimi. Non si può ascoltare musica, per quanto incredibile questo possa essere. E molto altro ancora potrei raccontarvi.
Voi pensate che tutto questo abbia a che fare con la tutela della nostra sicurezza? Io penso proprio di no. Io penso che sia una feroce, stupida, sadica volontà di annientamento della persona. E questa, qualunque sia il crimine che possa aver commesso quella persona, è una vergogna indegna di un Paese civile. Io non credo che ascoltare Chopin in un buco di cella possa mettere in pericolo la sicurezza nazionale. E nemmeno farsi controllare la prostata lontano dagli occhi di una guardia carceraria. E nemmeno baciare la guancia dei propri figli, o la mano della propria moglie. E penso che chi lo pensi, dovrebbe vergognarsene, e magari farsi visitare da un bravo psicologo.
Possiamo cominciare a parlarne, finalmente, di 41 bis?

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