17/07/2026
La vicenda del gioielliere Mario Roggero continua a far discutere e pone una domanda che il legislatore non può più ignorare.
Se un cittadino viene aggredito da rapinatori armati nel proprio luogo di lavoro, è davvero realistico pretendere che, in quei pochi istanti di terrore, riesca a trasformarsi in un giurista capace di stabilire con precisione il momento esatto in cui il pericolo è “attuale”, quando non lo è più, se la reazione è “proporzionata” e quale sia il confine tra difesa e responsabilità penale?
Forse dovremmo distribuire, insieme al porto d’armi, anche un cronometro e un manuale di diritto penale.
La verità è che chi subisce una rapina vive secondi di paura, di adrenalina e di istinto. Non un’aula universitaria.
Prima di formulare qualsiasi giudizio, occorre ricordare che Mario Roggero non era estraneo alla violenza della criminalità. Negli anni la sua attività era stata più volte presa di mira e, nel 2015, lui e la sua famiglia avevano vissuto una rapina di estrema brutalità: fu selvaggiamente picchiato, riportando gravi lesioni, mentre la moglie e la figlia vennero immobilizzate e quest’ultima si vide puntare un’arma alla testa. Un trauma profondo, aggravato dal fatto che il risarcimento riconosciuto è rimasto sostanzialmente ineseguito. Sono circostanze che non cancellano le responsabilità penali accertate dai giudici, ma che aiutano a comprendere lo stato di paura e di permanente insicurezza in cui viveva e che, a mio avviso, il legislatore dovrebbe considerare con maggiore attenzione nel disciplinare i presupposti della legittima difesa, in particolare i concetti di attualità del pericolo e di proporzionalità della reazione.
Naturalmente le decisioni dei giudici vanno rispettate e applicano la legge vigente. Ma proprio questa vicenda dimostra che è la legge a meritare una riflessione profonda.
I concetti di “attualità del pericolo” e di “proporzionalità della difesa”, così come oggi interpretati, rischiano in casi estremi di essere troppo lontani dalla realtà concreta di chi sta subendo un’aggressione violenta.
Lo Stato ha il dovere di perseguire i reati e di garantire il monopolio della forza. Ma ha anche il dovere di assicurare che chi è vittima di una rapina non si senta, il giorno dopo, più imputato dei propri aggressori.
È tempo di aprire un confronto serio, senza slogan e senza ideologie, per verificare se l’attuale disciplina della legittima difesa risponda ancora alle esigenze di tutela dei cittadini o se sia necessario un intervento legislativo che definisca con maggiore chiarezza i limiti della reazione difensiva in situazioni di grave pericolo.
Su questi temi non servono tifoserie. Serve una riforma coraggiosa, capace di coniugare il rispetto della vita umana con il diritto di ogni persona a difendere sé stessa, la propria famiglia e il proprio lavoro.