19/01/2025
Ho sempre scritto, anche quando scrivere aveva un altro suono.
Anche dopo il quattro meno rimediato al primo compito di italiano in quarta ginnasio.
Ho sempre scritto.
Un patto, un giuramento, la letterina di Natale.
Perché, forse, scrivere è proprio questo.
Nessuna verità, nessun dogma.
Solo quanto scorre sul greto del vissuto.
E il mio vissuto è stato mio nonno.
Lo scorso anno, l’ho portato alla Camera dei Deputati.
Con i suoi suoi vent’anni, insieme al suo Manzoni, dal chiuso della sua trincea sul Carso, con l’immaginetta di San Sebastiano, il
Patrono della nostra amata Taverna, a far da segnalibro della promessa di Renzo e Lucia.
L’ho fatto con il ricordo ambrato che una cassapanca mi ha restituito insieme alla sacca grigioverde di un giovane soldato.
L’ho fatto con le parole, con quelle parole zoppe con cui ho sempre scritto.
L’ho fatto per restituirgli ciò che mio nonno ha consegnato con ii suo esempio.
Non mi interessa se il mio scritto sia piaciuto o meno.
E non mi importa se ciò che scrivo possa piacere o no, se sia letteratura o meno.
Io sono sempre quello del quattro meno, lo so. E lo sono pure le mie emozioni, il mio stupore, la mia ingenuità di un bambino seduto a fianco del nonno di cui porta il nome.
Non so so trovare ancora le parole giuste per descrive ciò che ho provato, lo scorso anno.
Mentre sentivo il nome di mio Nonno.
Mentre sedevo accanto a quella bandiera che per lui è stata un saio, un mantello, l’abito della festa, la sua federa.
Ancora oggi, riesco solo pensare come la vita sia solo un lungo ponte fra anime.
Sta a noi percorrerlo.
Solo così la vita sarà sempre più forte della guerra.
E la memoria più forte della morte.