Calabria Mytyca

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Soldato Cipolla. (Vibo Valentia)Una volta, ragazzi miei, c'era un soldato, che si chiamava Cipolla ed era bello assai. S...
24/08/2015

Soldato Cipolla. (Vibo Valentia)
Una volta, ragazzi miei, c'era un soldato, che si chiamava Cipolla ed era bello assai. Siccome era sempre di guardia al palazzo reale, la principessa lo vide e se ne innamorò. Un giorno per caso il capitano li scoprì mentre parlavano e lo disse al re, che decise subito di trasferirlo. La principessa per il dispiacere si ammalò: il re andò a chiederle notizie sulla sua salute ed ella rispose: “Avete allontanato Soldato Cipolla ed io morirò”. “Puoi morire”, disse il re. Dopo tre o quattro mesi la principessa morì veramente, la portarono al cimitero e la seppellirono; ma prima di morire chiese al re, a pena di scomunica, di mandare una guardia al giorno per sorvegliare il sepolcro. Così fu tatto, ma i soldati di guardia morivano e se ne p***ero ben trecentosessantasei, per cui alla fine nessuno voleva effettuare quel servizio. Sorteggiarono un nome e fu quello del Soldato Cipolla, che, però, prese il fucile, ma non si recò al cimitero per fare la guardia, preferendo dirigersi verso il suo paese. Mentre era in cammino sentì una voce: “Cipolla. Cipolla, devi salvare un'anima”, poi comparve un vecchio, si trattava di S. Giuseppe, che aggiunse: "Vai perché non morirai e sarà tua sposa. Sali sull'organo dopo essere entrato nella ca****la". Quello andò e vide comparire la figlia del re che gli disse: "Maledetti mia madre e mio padre», poi si sentì sb****re il confessionale ed ella sparì. La mattina seguente S. Giuseppe gli disse: «Hai visto che non sei morto?". Il giorno dopo doveva andare di guardia un figlio di cavaliere, il quale disse a Soldato Cipolla: “Fammi il piacere di andare tu e ti compenserò con tremila lire”. Si avviò, ma cercò di cambiare strada e la solita voce lo chiamò: “Cipolla. Cipolla, perché te ne vai? Pensa, invece, di salvare quella giovinetta e così diventerai ricco. Questa sera vai e abbraccia il crocifisso”. Andò: abbracciò il crocifisso e quella comparve ancora dicendo: “Maledetti mia madre e mio padre” e sparì. Infine toccò di far la guardia a un poveretto che gli disse: "Cipolla. Cipolla, fai tu la guardia al posto mio e ti darò qualcosa". “Voglio quattrocento ducati”, rispose Soldato Cipolla. "Non posso, sono povero e dovrei impegnarmi la casa" e infatti la impegnò e gli diede il denaro. Soldato Cipolla prese i quattrocento ducati e il fucile e si avviò. Mentre camminava sentì ancora una volta la voce che lo chiamava: “Cipolla, devi avere coraggio mettendoti sulla sepoltura a pancia in giù e quando quella uscirà, la prenderai per i capelli e ti dirà: -Liberami”. Infatti, la trattenne per i capelli e si sentì dire: -Liberami» e la liberò; "Alzami” - e la alzò. La ragazza era pallida e sporca e disse a Cipolla: «Vai da mia madre e dille che mi mandi il suo vestito da sposa". Cipolla andò dal re, il quale gli fece dare il vestito, ma lo fece accompagnare da una persona, per evitarne la vendita, che lo seguì e vide che Cipolla si infilava nella ca****la, s'avvicinava alla giovane donna, la vestiva, prendendola poi sotto braccio e andandosene. Allora tornò al palazzo reale e disse al re: “Maestà, vostra figlia, la principessa, è viva". Sentendo ciò il re e la regina si rallegrarono molto e subito salirono su una carrozza per andare all'incontro. S’abbracciarono, si baciarono e dopo il matrimonio Soldato Cipolla fu incoronato. Restarono lì felici e contenti; mentre noi siamo qui a raccontar storie.

La rosa. (Vibo Valentia)C'era una volta un mercante, che aveva tre figli. Partì per un affare e chiese cosa volevano che...
23/08/2015

La rosa. (Vibo Valentia)
C'era una volta un mercante, che aveva tre figli. Partì per un affare e chiese cosa volevano che portasse loro al ritorno. Le prime due indicarono un vestito e un cappello; l'ultima una rosa e precisò che se non l'avesse portata il bastimento sarebbe rimasto immobile. Partì il mercante; arrivò e acquistò tutto, ma dimenticò la rosa. Salì sul bastimento e venne l'ora della partenza, ma il natante non si mosse. Allora il comandante disse: "Qualcuno di voi deve essere sotto l'influsso di una stregoneria-. Sentì il mercante e subito si ricordò della rosa. Scese e prese a camminare; vide una casa ed entrò. Era notte e restò lì; mangiò e dormì. La mattina seguente si alzò e stava per avviarsi quando, uscendo dalla casa, vide una rosa che sporgeva dal muro. Provò a reciderla, ma uscì un serpente che gli disse: - Hai mangiato, hai dormito e adesso, andandotene, vuoi anche rubarmi una rosa?-. Il mercante raccontò tutto e disse che la voleva per la figlia. Sentendo ciò, il serpente gli intimò di portargliela: si chiamava Rosina, e lo minacciò, in caso contrario, di morte. Gli diede una borsa di denari e gli consentì di raccogliere il fiore. Arrivò a casa e diede alle figlie quanto aveva con sé. A Rosina, porgendole la rosa, disse: - L'ho portata, ma col cuore rattristato". “Perché?”, chiese, e il padre raccontò il fatto. Ella allora disse che sarebbe andata via contenta e, infatti, partirono e arrivarono alla casa. Uscì il serpente; diede altre due borse di denaro all'uomo che le prese, lasciò la figlia e andò via. Rosina restò con lui, tenendolo di giorno nel grembo, volendogli bene e passando il tempo discutendo. Il serpente chiedeva: "Mi vuoi bene?». •No", rispondeva lei, e allora si alzava e scriveva sul muro: •Rosina ama gli animali». La ragazza si alzava, cancellava lo scritto e lo sostituiva con un altro: "Rosina non ama gli animali". Così facendo passavano i giorni e Rosina, malgrado le apparenze, amava molto il serpente; ma il desiderio di vedere il padre le fece perdere il sorriso e le provocò malinconia. Vedendola in quello stato, il serpente le chiese il perché, ma dal momento che taceva, le disse: -So quel che hai, vuoi andare da tuo padre". Ella assentì e l'altro aggiunse: - Ti lascio andare, ma devi tornare. Prendi questo talismano e se avrai bisogno di vestiti o altro, premi questo tasto" e le mostrò quale. "Se avrai bisogno di danaro, premi quest'altro" e le mostrò quale, in modo che ricordasse bene tutto. Infine disse: “Fai particolare attenzione a quest'ultimo tasto: se, toccandolo, diventa rosso, significa che sono vivo; se, invece, diventa nero, significa che sono morto". Dopo averle raccomandalo ancora una volta di ritornare. Rosina partì e arrivò a casa, dove fu ricevuta dal padre e tutta la famiglia con grande contentezza. I genitori furono felici di sentire che si trovava bene col serpente e non le mancava niente: ma le sorelle, invidiose, pensarono di prendere il talismano per farle dispetto. Presero a toccare i tasti, compreso quello che riguardava il serpente, il quale si mise in cammino, ma incontrò la regina delle fate che lo uccise e Io seppellì sotto un cumulo di letame. Un giorno Rosina andò a controllare il talismano, vide il tasto diventato nero e corse dicendo al padre: "Devo partire per vedere cosa gli è successo". Trovò la casa e l'orto abbandonati e cominciò a gridare: "Dove sei? Dove sei? Non è vero che non ti volevo bene, perché le ne voglio, te ne voglio assai!". Sentì un lamento; stette ad ascoltare e si accorse che proveniva dal cumulo di letame. Allora in fretta si mise a scavare e Io trovò non morto, ma con poco fiato. Gli chiese il da farsi e quello disse: - Vai sopra, in cucina, e vedi che nell'armadio c'è un vasetto tutto affumicato, prendilo e portalo qui. Ungimi poi con tutto l'unguento che contiene e tornerò sano». Rosina corse, prese il vasetto e lo unse completamente. Così tornò in vita e, soprattutto, tornò uomo ed era un bel giovane. Vedendolo Rosina restò meravigliata e quello le disse: "Se avessi detto che mi volevi bene a quest'ora si sarebbe compiuto il destino e saremmo stati felici. Se, quando scrivevo che amavi gli animali avessi confermato, sarei tornato subito uomo; mentre tu dicevi di no e la mia condizione non mutava. Ma ormai è tempo di non recriminare e di amarci". Se ne andarono al palazzo reale, si sposarono e vissero felici e contenti.

CATANZARO. ALCA DAI CAPELLI D'ORO. Tanto tempo fa nella città di Catanzaro vi era un antico palazzo che portava il nome ...
20/08/2015

CATANZARO. ALCA DAI CAPELLI D'ORO.
Tanto tempo fa nella città di Catanzaro vi era un antico palazzo che portava il nome di «Serravalle». In questo antico palazzo abitavano le famiglie più in vista della Città. I proprietari erano persone buone e caritatevoli, soprattutto con coloro che non potevano permettersi una vita agiata; i figli, al contrario, erano cattivi e prepotenti, soprattutto con i servi. I bambini Michele e Lorena avevano come dame di compagnia due bambine di pochi anni, che si chiamavano Alca e Maria. Le due erano di animo gentile e, anche se dovevano sopportare soprusi ed umiliazioni da parte dei padroncini, erano loro molto affezionate. Specialmente la piccola Alca dimostrava di essere servizievole e rispondeva agli insulti di Lorena con un ampio sorriso pieno di tenerezza ed umiltà, attraverso il quale si intravedevano i bianchi dentini. Lorena, invidiosa di Alca, trascorreva le giornate a rimirare i boccoli d'oro della piccola. Una sera, però, non riuscendo a capire come una serva potesse avere i capelli più belli dei suoi la fece chiamare e, una volta che la piccola fu dentro, le tagliò con una sforbiciata secca i capelli dorati. La bella Alca, che era di animo buono, non disse nulla e solo quando fu nella sua soff***a, iniziò a piangere tra le parole dolci e confortevoli di Maria. Intanto Lorena aveva appeso le lunghe chiome dorate della fanciulla alla finestra come se fossero state un trofeo da esporre al popolo. Quella sera il sole calò con molto ritardo e, quando era ancora notte fonda, dalle finestre appannate entrò un lieve chiarore che destò tutti. I cittadini, che erano incuriositi ed allo stesso tempo impauriti, uscirono dalle loro case e constatarono che il bagliore era provocato dai capelli di Alca! Alcune persone salirono persino a casa dei proprietari del palazzo, i Conti di Loritello, per avere informazioni, ma questi ne sapevano quanto loro. Tutti si recarono, allora, nella soff***a dove la piccola Alca dimorava assieme a Maria e la Contessa fece per destarla, quando un urlo si levò nella stanza: la piccola non dava segni di vita... La gente uscì dalla buia soff***a mentre la contessa e Maria piangevano sui piccolo ca****re. Nel pomeriggio ebbero luogo le onoranze funebri di Alca e tutti i cittadini vi parteciparono. Quel giorno le ore non passavano mai ed era come se il cielo si fosse fermato assieme al tempo. Per due giorni il cielo rimase scuro, la gente era in preda al panico: le colture iniziavano ad andare in malora poiché prive della luce del sole. Dopo una settimana, un pallido chiarore apparve nel cielo scuro come un raggio divino: in Città si iniziò a notare la presenza di una bambina molto simile ad Alca: i suoi modi erano gentili e raffinati come quelli di una nobile. Una sera la signora Loritello alla vista della piccola rimase, a dir poco, stupefatta dalla somiglianza e decise di seguirla di nascosto. La giovane si diresse con fare sospettoso verso il cimitero e, dileguandosi nella nebbia, iniziò un canto melodioso ma molto triste, nel quale ripeteva sempre le stesse parole: «Oh! quanto mi manca il Serravalle, oh quanto mi manca il mio palazzo!». La signora capì che tra la forestiera misteriosa e la piccola Alca ci doveva essere sicuramente un collegamento. Cercò, allora, di capire da dove provenisse il canto, ma il vento glielo impediva. La donna iniziò a camminare in cerca dell'uscita, ma come per magia si ritrovò nel suo palazzo e vide la figlia tagliare i capelli ad Alca! Impaurita cominciò a correre ma si ritrovava sempre nello stesso punto: cercò di chiamare le persone che incontrava ma queste non la vedevano ne sentivano... La donna cadde a terra singhiozzando ma, quando alzò lo sguardo, si ritrovò dinnanzi il cancello del cimitero con accanto la forestiera che, rivelandole la sua vera identità, la fece giurare di non fare parola con nessuno dell'accaduto. La signora fece per abbracciarla ma i suoi occhi si gonfiarono di lacrime quando si accorse di non poterlo fare. Tornata a casa, cercò di trattenere le sue emozioni ma, alla fine chiamata la figlia in camera, le chiese chiarimenti sull'accaduto. La piccola pentita di ciò che aveva fatto, narrò tutto alla madre... La sera la contessa e Lorena andarono al cimitero con la scusa di doversi recare a trovare una vecchia zia. Appena furono giunte, videro seduta sulla sua piccola tomba Alca intenta a mettere dei fiori freschi in un vasetto. La signora e la figlia si guardarono negli occhi e fecero un passo avanti; Alca senza voltarsi disse con voce tremante: «Cara Lorena, io ti fui sempre fedele amica e consigliera, perché tu mi hai fatto questo?». E mostrandole i capelli disse: «Ora guardami e dì, sei soddisfatta?». Lorena le si avvicinò e, piangendo scosse il capo; Alca si alzò e le fece cenno di seguirla, Lorena si girò verso la madre ma questa distolse lo sguardo come se fosse adirata ed incitò la figlia, con un gesto della mano, ad andare con Alca che l'attendeva con pazienza sulle scale. Lorena, timorosa, fece un passo in avanti e poi, sfidando la paura, cominciò ad avvicinarsi ad Alca con passo veloce... Ad un tratto il sole calò ed una f***a nebbia avvolse il cimitero; la contessa di Loritello cercò con lo sguardo la figlia ma dopo un'ora di estenuanti ricerche tornò a casa e raccontò ai parenti l'accaduto. Tutti salirono sulla carrozza e raggiunsero il cimitero. Appena arrivati, videro seduta sulle scale Lorena che, piangendo disperatamente, teneva strette tra le mani le ciocche bionde di Alca. Il padre le si avvicinò e presala in braccio la portò sulla carrozza. Lorena, però, gli disse di fermarsi ancora un po'! Dalla vicina tomba di Alca si sprigionò un chiarore ed uscì da sotto il marmo nientedimeno che Alca in carne ed ossa che, avvicinatasi agli spettatori stupiti, diede un bacio sulla fronte a Lorena e Michele e poi, rivolgendosi ai Conti sorrise e disse loro: «Non riferite a nessuno ciò che avete visto». Infine, si innalzò verso il cielo e con una lacrima fece cessare il bagliore proveniente dalla sua tomba e scomparve nell'immensità dell'universo! Dopo qualche anno Lorena si fece suora, mentre Michele divenne guardiano del cimitero ed alla loro morte le reliquie furono sepolte accanto a quelle di Alca... Si dice che nelle serate piovose si sentono le voci di tre bambini che giocano gioiosamente nel cimitero.

Rodostella. (Vibo Valentia) C'erano una volta un re e una regina, che avevano un figlio chiamato Peppino. Agli ordini di...
19/08/2015

Rodostella. (Vibo Valentia)
C'erano una volta un re e una regina, che avevano un figlio chiamato Peppino. Agli ordini di questo re stava un generale con una bella moglie, detta la generalessa; la loro figlia si chiamava Rodostella. La regina e la generalessa erano grandi amiche perché la prima dava il latte a Rodostella e la seconda a Peppino, che crescevano assieme, giocavano assieme ed erano molto uniti. Peppino non riusciva a stare lontano da Rodostella: la chiamava in continuazione e voleva averla vicina per giocare e mangiare assieme. Un giorno il re e la regina partirono per togliersi il voto contratto con S. Tommaso per avere il figlio e con loro andarono pure il generale e la moglie, ma il primo - non si sa bene come — cadde dalla carrozza e morì. Il re ne nominò un altro, ma Rodostella rimase dov'era, perché così voleva il figlio. Frattanto Peppino crebbe o a corte cominciarono a dire al re che era venuto il momento di mandarlo a studiare da qualche parte. II giovane acconsentì, ma a patto che continuasse ad amare la sua Rodostella. La madre di quest'ultima si era intanto ammalata e, giunta al termine della sua vita, chiamò Peppino e gli disse: «So il bene che volete alla mia Rodostella; so anche che vogliono mandarvi altrove per studiare. Vi do perciò un anello con un diamante: guardatelo spesso e se non brillerà come ora, sarà segno che Rodostella ha dei guai. Se, invece, diventerà completamente nero, significherà che è morta". Gli diede dei consigli; lo benedì e dopo pochi giorni chiuse gli occhi alla luce. Non passò molto tempo e Peppino fu mandato in un'altra città per studiare. Il giorno della partenza prese un cavallo chiamato Volante, raccomandò Rodostella a sua madre e se ne andò. Arrivò così nella sede dei suoi studi e cominciò a frequentare maestri che lo amavano perché figlio di re, ma un giorno guardò il diamante e lo vide opaco per cui, senza prendere licenza dai suoi insegnanti, montò Volante e scappò. Mentre era a cavallo diceva: “Vola, Volante, supera tutti quanti", spingendolo così a correre il più possibile per lasciarsi alle spalle superiori e amici.
Corri e corri, arrivò al suo palazzo; salì e chiese notizie di Rodostella, ma alcuni gli dicevano che era nella sua stanza, altri che non sapevano, altri ancora che non l'avevano vista. Alla fine, però. sentì la sua voce che diceva: «Peppino, qui, qui sono. Mi hanno chiusa qua dentro". Egli la liberò e seppe che stava in quel buco oscuro da molti giorni e che la tenevano a pane e acqua. Ella gli disse: "Se non fossi arrivato in tempo, Peppino mio, mi avresti trovala morta!”. Peppino si adirò; fece il diavolo a quattro; se la prese anche con i muri. ma poi si acquietò quando la madre gli promise che nessuno le avrebbe fatto più niente. Ripresero, infatti, a usarle gentilezze e cortesie e a trattarla affettuosamente. Dopo pochi giorni il principe ripartì per proseguire gli studi, ma prima di andarsene si fece promettere di nuovo dalla madre che tutti avrebbero trattato Rodostella come quando c'era lui. Alla ragazza disse di stare di buon animo perché aveva il diamante che lo avrebbe avvisato in caso di bisogno. Dopo la sua partenza, i cortigiani, che stavano attorno alla regina, dal momento che invidia e iniquità non vengono mai meno, ripresero a dire ogni male di lei cercando di convincerla del fatto che per colpa sua stava perdendo il figlio. Aggiungevano anche che un figlio di re non poteva avere tanto amore per la sorella di latte, che era per giunta figlia di un generale. Gli stessi, vedendo che non riuscivano a nuocerle, pensarono allora di arrostire due piccioni e di farli portare alla sua tavola da Rodostella. Così avvenne e, quando giunse l'ora del pasto, la chiamarono per prenderli e farglieli mettere in un piatto nel quale avevano cosparso della polvere da sparo. Appena Rodostella li prese caldi e li posò nel piatto la polvere bruciò, e allora che successe? Tutti cominciarono a gridare al tradimento, dicendo che la ragazza doveva finire sul patibolo perché aveva tentato di distruggere la famiglia reale. Così decisero davvero di condannarla a morte, ma il diamante avvisò Peppino, che partì come un lampo. A Volante diceva: "Vola, Volante, supera tutti quanti!”. Corri, corri giunse nella sua città mentre portavano la fanciulla al supplizio e subito vide e capì lutto. Cominciò a gridare: "Fermatevi, che fate? Manderò tutti al rogo!". Così Rodostella fu salva e se Peppino avesse tardato ad arrivare sarebbe morta. Dopo averla riportata a casa, volle sapere tutto e sua madre parlò cercando di scolparsi. Disse che non avrebbe voluto punirla, ma che aveva finito con l'accondiscendere alla richiesta per dare l'esempio. Poppino si tranquillizzò o dopo alcuni giorni raccomandò a sua madre la ragazza dicendole di volerle bene e di non darle dispiaceri perché il primo a soffrirne sarebbe stato lui. Dopo le raccomandazioni e dopo aver baciato e abbracciato la ragazza riparti per continuare gli studi. Partito il figlio, la regina, sempre per i cattivi consigli degli invidiosi, finì col vendere Rodostella al mago di Turchia e, siccome era morta una vecchia, fece correre la voce che era morta la ragazza. Fu preparato un catafalco nella chiesa e proclamato il lutto.
Arrivò in fretta il povero Peppino e chiese notizie di Rodostella, ma gli dissero che era morta e la madre lo invitò ad andare in chiesa per vederla. Il giovane andò e ad una vecchia, che era là dentro, disse: "Prendi il ca****re che è lì sopra e portalo qui!". La vecchia rispose: “Non fatemi fare questa fatica. Posso assicurarvi che non si tratta della persona che cercate, ma di una vecchia". Sentendo ciò, Peppino tornò in fretta al palazzo e, minacciando tutti di morte, volle sapere la verità. Finalmente la madre confessò che per il suo bene e per consiglio dei cortigiani aveva venduto Rodostella al mago di Turchia. Peppino disse allora alla madre: «Avete perduto non solo Rodostella, ma anche vostro figlio, perché ora me ne andrò e non mi vedrete più". La madre cercò di persuaderlo, di tranquillizzarlo, ma egli, ostinato, volle partire e partì. Prese una v***a e la fece scorticare, ma lasciando molta carne attaccata alla pelle, poi si armò di un coltello e vi si fece cucire dentro, pregando chi aveva compiuto l'opera di lasciarlo sulla riva del mare. Non passò molto tempo e giunsero gli uccelli rapaci che lo presero e lo portarono sull'altra riva. Quando Peppino sentì di essere di nuovo a terra, prese il coltello, tagliò le cuciture e uscì fuori, poi si mise in cammino e continuò a domandare dappertutto notizie di Rodostella. Seppe che il mago la teneva chiusa in una casa con tanti servitori, e seppe anche che ogni giorno un artigiano vi si recava per consegnare una cesta di fusi. Allora pensò di andare da lui e gli promise regali se avesse acconsentito a farlo nascondere sotto i fusi nel cesto. L'uomo accolse la proposta ed attuarono il piano, poi portò la cesta a casa del mago e chiamò le inservienti perché la trasportassero sopra. Appena esse la sollevarono si accorsero che era più pesante del solito e dissero: “Lasciamola qui, perché non ce la facciamo a salire di sopra". Rodostetla sentì e, come se uno glielo avesse detto, andò dov'era la cesta e disse tra sé: “Chissà se c'è dentro il mio Peppino!". In quel momento le venne una forza tale che con un braccio riuscì a prendere la cesta e a portarla di sopra, poi tolse i fusi e vide Peppino. Si abbracciarono, si baciarono piangendo dalla gioia, ma nel frattempo era tornato il mago e Rodosiella nascose il giovane tremando, perché temeva che se lo mangiasse. Appena quello entrò, cominciò a dire: "Odore di uomo, qui! Odore di uomo, qui!”. La ragazza rispose: “Non c'è nessuno; non c'è nessuno", ma alla fine dovette confessare che Peppino era venuto da lontano per amor suo. In quel momento il giovane usci dal suo nascondiglio e disse al mago: “Mangiatemi, mangiatemi, perché sono contento di morire ora che ho rivisto la mia Rodostella”. Il mago però rispose; "No, no, non ti mangio, anzi sono contento che tu resti con lei e che tutti e due restiate con me". Dopo molto tempo Peppino disse al mago che desiderava tornare a casa sua per vedere la madre ed egli non solo acconsentì, ma aggiunse che sarebbe stato lieto di vederlo sposare Rodostella perché in effetti non era sua sorella, ma soltanto una sorella di latte. Così si sposarono e il mago diede loro una bacchetta d'oro, dicendo: "Battete il mare con questa e poi buttatela perché vi accompagnerà e tornerà qui da sola». Peppino e Rodostella ringraziarono il mago e partirono. Quando giunsero al mare buttarono la bacchetta e passarono, poi giunsero nella loro città e andarono al palazzo. Potete immaginare la felicità della madre! Fecero festa per quattro giorni e invitarono tutti i re che portavano corona.
Vissero insieme felici e contenti, ma a me non dettero niente.

L’asina di duecent’anni. (Vibo Valentia)C'era una volta un re, che era addolorato perché non riusciva ad avere un erede....
18/08/2015

L’asina di duecent’anni. (Vibo Valentia)
C'era una volta un re, che era addolorato perché non riusciva ad avere un erede. Un giorno andò da lui un povero per chiedere l'elemosina ed egli si mostrò irato, invitandolo ad andarsene perché aveva altro a cui pensare. Il povero gli disse: «Che pensieri potete avere! A cosa può pensare un re?". "Eh! - quello rispose - tu dici che non posso avere preoccupazioni ma sappi che il pensiero della fine del mio regno, non avendo un erede, non mi da un'ora di pace". "Tutto questo è?" - disse il vecchio -, -Se volete un erede fate come vi dico". "Che cosa?» - rispose l'altro -. "Dimmelo perché sono disposto a tutto». Il povero disse: "Nell'orto del drago c'è un melo e, quando egli dorme, dovete mandare una persona fidata per raccogliere un frutto. Appena ve lo porterà datelo alla regina perché lo mangi e vedrete che resterà incinta". Ascoltato ciò, il re mandò subito a prendere la mela e appena la ebbe la diede alla moglie perché la mangiasse. II povero aveva però dimenticato di dirgli che la mela andava mangiata con tutta la buccia se voleva avere un maschio. La regina, la mangiò sbucciata e buttò la buccia dalla finestra. Lì sotto c'era un'asina di duecent'anni, che la mangiò e restò gravida come la regina, Dopo nove mesi la regina partorì una bella bimba con una stella d'oro in fronte e dopo un anno l'asina generò un bel puledrino. La Figlia del re, che si chiamava Rosina, ed il puledrino crebbero assieme e tra di loro riuscivano persino a parlare. Crescendo, crescendo un
giorno l'asinello disse a Rosina: -Ascoltami! Noi dobbiamo partire perché tu devi cercarti un regno e devi sposare il figlio del re". Ella acconsentì e un bel giorno partirono. Nel corso del loro cammino giunsero nella città di un re e, appena entrarono, Rosina cominciò a gridare: "C'è qualcuno che vuole un garzone? Io sono alla ricerca di un padrone!-. La sentì la regina e la fece chiamare e, appena fu alla sua presenza, le disse che voleva lei sola, ma non l'asinello. Rosina disse di no e quella finì con l'accettare, ma dopo pochi giorni l'asinello le disse: "Andiamo via, perché qui non stai bene". Aveva, infatti, notato che il figlio del re la teneva d'occhio e per questo le consigliava di riprendere il cammino. Così partirono e cammina, cammina, giunsero nella città di un altro re nella quale Rosina si comportò come prima. Sentì la regina e la fece chiamare. Trovarono un accordo, ma dopo pochi giorni l'asinello le disse che non potevano più restare e ripartirono. Arrivarono in un'altra città e fecero la stessa cosa. Ma finalmente l'asinello le disse che potevano restare e aggiunse: "Assistimi e fai in modo che io stia bene perché se cado ammalato non potrò più darti aiuto". La regina, presso la quale si trovavano, aveva un figlio buono, che si innamorò di Rosina e la volle in moglie, per cui si sposarono in grazia di Dio. A causa di quel matrimonio i re dei regni vicini dichiararono guerra ed il marito dovette partire proprio quando Rosina era sul punto di partorire. Egli raccomandò la moglie alla madre e poi si allontanò. Quando fu l'ora. Rosina fece due bei figli maschi per cui mandarono un soldato con una lettera per il re. Il drago al quale avevano rubato la mela, si era però trasferito nella stessa città e, quando vide passare il soldato, lo chiamò e gli diede da mangiare e da bere. Nel vino mise dell'oppio e quello, dopo averlo bevuto, si addormentò. Allora il drago girò nelle sue tasche, prese la lettera e al posto di quella ne scrisse un'altra nella quale si diceva che la moglie aveva partorito due cagnolini. Il re appena la ricevette, rispose che li tenessero ugualmente perché il suo amore per la moglie era immutato. La lettera del re fu data al soldato, che se la mise in tasca e ripartì. Quando arrivò in città passò di nuovo davanti alla casa del drago che lo vide e lo chiamò. Lo fece entrare, gli diede da mangiare e da bere, ma nel vino mise di nuovo l'oppio. Appena il soldato bevve, si addormentò ed il drago prese la lettera, la strappò e ne scrisse un'altra nella quale ordinava che uccidessero la moglie e i figli. Quando il soldato si svegliò se ne andò al palazzo reale e consegnò la lettera. La lesse per prima la madre, che si rattristò e si mise a piangere, ma non potè far nulla perché quelli erano gli ordini del re. Avvisò poi la nuora, la quale non si disperò, ma disse soltanto che quella era la volontà di Dio. Prese perciò i figli e se ne andò raminga, dal momento che la suocera le confessò che non aveva il coraggio di farla uccidere. Se ne andò con l'asinello e, dopo molto cammino, si fermò ad una casa di campagna disabitata. Intanto il re, tornato dalla guerra, giunse al palazzo e non trovando la moglie si disperò, pianse, desiderò la morte. All'improvviso, mentre Rosina era in campagna l'asinello giunse alla fine dei suoi giorni per cui la chiamò e le disse: - Sto per morire e voglio che tu mi eriga una sepoltura di marmo, perché sono tuo fratello. Quando tua madre mangiò la mela, doveva mangiarla con tutta la buccia per avere un maschio e invece volle sbucciarla e buttò la buccia che mangiò mia madre, ossia l'asina di duecent'anni che mi partorì. Sono quindi tuo fratello perché figlio della buccia della mela che tua madre mangiò per generarti. Ti prego pertanto di seppellirmi nel migliore dei modi e non preoccuparti perché non soffrirai a lungo". E fu proprio cosi. L'asinello morì ed ella gli fece una sepoltura di marmo, ma nel frattempo il re, che non sì dava pace, uscì e si mise in cammino. Dopo un lungo viaggio passò davanti alla casa dove abitava Rosina e, siccome aveva sete, entrò. La moglie lo riconobbe subilo ma non fu lo stesso per lui. Chiese da bere e di riposarsi un poco e, mentre si riposava, i figli chiesero alla madre di raccontare una storia ed ella raccontò la sua. Il re sentì e capì. Potete immaginare la gioia di tutti! Fece poi ve**re una carrozza e partì con la moglie e i figli. Quando seppe con precisione com'erano andate le cose, fece uccidere il drago, ma anche il soldato.
Vissero a lungo felici e contenti,mentre noi
siamo chiusi qui perché tuona e tira vento.

L’orca. (Vibo Valentia)C'erano una volta un re e una regina, che avevano tre figli maschi. Un giorno, mentre mangiavano ...
17/08/2015

L’orca. (Vibo Valentia)
C'erano una volta un re e una regina, che avevano tre figli maschi. Un giorno, mentre mangiavano ricotta, il figlio grande si tagliò un dito e p***e sangue, che si mescolò con la ricotta, per cui disse: «Com'e bella! Vorrei una moglie di sangue e latte". Uno dei fratelli allora dichiarò: "Non preoccuparti, parto per trovartela!". Così la mattina seguente si mise in marcia e, cammina, cammina, arrivò a un romitorio, bussò e da dentro gli chiesero: "Chi è?". "Un cristiano", disse. "Se sei cristiano - rispose l'eremita - fatti il segno della croce-, e gli aprì. Appena entrato, gli raccontò tutto e spiegò perché si era recato in quel luogo. L'eremita gli disse: "Prendi questa ruzzola, lanciala e vai dove si dirigerà perché là è colei che tu cerchi". Il giovane ringraziò e andò via. A metà strada lanciò la ruzzola e la seguì. Essa andò sempre più avanti e, quando giunse dinanzi a un portone, batté forte forte contro di esso; si affacciò la figlia dell'orca, che abitava in quella casa, e gli disse: "Che villania è questa? Chi si permette di ba***re cosi violentemente alla porta altrui?-. Egli rispose: "Ti sto cercando, perché reagisci cosi?". "Come - chiese lei - tu cerchi me?". "Aprimi - rispose quello - e ti dirò come e chi cerco". Allora ella scese, aprì la porta, lo fece entrare e salire al piano di sopra. Sedettero ed il giovane le disse: "Mio fratello si tagliò ed il sangue che usciva dal dito, si mischiò con la ricotta, così egli disse che desiderava una moglie di sangue e latte come voi. Per questo venni quì e non potete chiamarmi villano". "Zitto, zitto - ella rispose - perché sta per giungere mia madre, che è l'orca, e può mangiarti. Nasconditi da qualche parte e domani andremo via». La mattina seguente, infatti, partirono e subito dopo si svegliarono l'orca e l'orco, i quali andarono nella stanza della figlia, ma non la trovarono. Per questo caddero svenuti, ma quando rinvennero disse la moglie: "O Rocco, Rocco, siamo stati traditi, Chissà dove hanno portato nostra figlia! Muoviamoci e cerchiamo di trovarla per strada!». Così partirono volando, perché erano orchi e riuscivano a volare e, mentre volavano, videro dall'alto la figlia ed il figlio del re che si allontanavano da una città dove avevano acquistato due pistole, un pappagallo ed un cavallo. Appena li videro suscitarono una grande tempesta: grandine, lampi e tuoni. L'orca gridava, sbattendo le ali: "O Rocco, Rocco!". "Che vuoi, moglie mia? -. “Il figlio del re sta portando via nostra figlia, ma non fa niente perché porta due pistole e appena le darà al fratello esploderanno e lo uccideranno. Se qualcuno ascolta e lo racconterà diventerà di marmo". La figlia sentì e disse al principe: - Siamo perduti, perché dicono cose terribili". - Non ti preoccupare - egli rispose " perché appena arriveremo sistemerò ogni cosa». Proseguirono il cammino, ma scoppiò una nuova tempesta; tuoni, grandine e vento. "Arrivano, arrivano! Guai a noi!». "O Rocco, Rocco!". "Che vuoi. moglie mia?". "Il figlio del re sta portando via nostra figlia, ma non fa niente perché porta anche un pappagallo, Appena tenterà di darlo al fratello gli caverà gli occhi, e se qualcuno ascolta e lo racconta diventerà di marmo". - Senti, senti - disse la ragazza - Guai a noi!». "Non ti preoccupare - l'altro rispose - Sistemerò ogni cosa". Proseguirono il cammino e, mentre andavano avanti, scoppiò un'altra tempesta. “O Rocco, Rocco!». "Che vuoi, moglie mia? -. "Il figlio del re sta portando via nostra figlia, ma non fa niente perché porta anche un cavallo e appena lo darà al fratello e quello cercherà di cavalcarlo lo butterà per terra e lo ucciderà. Se qualcuno ascolta e lo rac-
conterà, diventerà di marmo. Non abbiamo da fare altro che madarli in rovina». Intanto la giovane e il figlio del re proseguirono la corsa e ad un tratto scoppiò di nuovo una grande tempesta con tuoni, grandine e vento. "Siamo finiti! Arrivano per rovinarci. Guarda, hanno due grosse pietre nella mani e stanno per scagliarle su di noi!-. Le tirarono, infatti, ma caddero al loro fianco e non fecero alcun danno. "Eh. moglie mia, non possiamo far nulla! Voltiamoci!". Così i due orchi tornarono indietro e i due giovani giunsero al palazzo reale, dove furono preparate grandi feste. Dopo avere mangiato, il giovane disse al fratello: "Ti ho penato una coppia di pistole", dopo di che le prese, gliele mostrò da lontano, ma le gettò a terra e si ruppero. Aspettò un poco e disse di nuovo: "Ascolta. Ti ho portato un magnifico uc***lo". -Ti prego fammelo vedere", rispose l'altro. Così il primo glielo mostrò, ma subito lo prese per il becco e gli torse il collo. - Ah! - disse allora il fratello - ah! tu mi offendi. Per ben due volte mi hai preso in giro. Perché allora mi hai portato dei doni?". L'altro aspettò ancora un poco, poi aggiunse: «Ti ho portato anche un bel cavallo". Anche il giovane disse: - Bene, dammelo!". Egli allora prese il cavallo, glielo mostrò e subito dopo lo uccise sparandogli. A quel punto il fratello si dispiacque, ma non disse nulla. Passò del tempo e, irato, sia per la benevolenza che la moglie portava al fratello, sia per quello che gli aveva fatto, lo condannò a morte. Il condannato disse che, prima di andare al supplizio, lo si conducesse in piazza perché potesse dire tutta la verità e ottenne quanto aveva chiesto, Così lo condussero in piazza e lì, davanti a tutti, prese a raccontare quanto gli era accaduto. Alla fine aggiunse: "Popolo mio, sappi che gli avevo portato in dono due pistole, ma mentre tornavo a casa, ta madre di sua moglie, che è l'orca e che ci p***eguitava con suo marito, quando si rese conto che portavo via la figlia, disse al marito: "O Rocco, Rocco il figlio del re sta portando via la figlia dell'orca, ma non fa niente, perché porta anche due pistole e appena le darà al fratello esse spareranno e lo uccideranno. Chi ascolta, e lo dirà, diventerà di marmo"». A quel punto il fratello capì tutto e gli disse: - Stai tranquillo, non aggiungere altro». "E che devo fare! Sto per morire e voglio raccontare tutto". Riprese perciò a parlare e raccontò anche del pappagallo per cui le gambe gli diventarono di marmo. Parlò anche del cavallo e, mentre parlava, diventava sempre più rigido. Infine disse: «Vedi, popolo mio, mio fratello ha tentato anche di infamarmi accusandomi di eccessiva benevolenza nei confronti di mia cognata, mentre ella mi stimava ed amava per tutte le tribolazioni passate assieme. Chi ascolterà e lo racconterà, di marmo diventerà". In quel momento diventò come una statua ed il palazzo reale piombò nel lutto. Il fratello lo fece sistemare in un armadio con due candele accese notte e giorno e stava sempre li davanti piangendo e maledicendo la sua ingratitudine. Un giorno, mentre era nel giardino e piangeva davanti all'armadio, sentì una voce: "Re, re, vuoi che tuo fratello torni com'era?". Ascoltando ciò s'impauri e corse nelle sue stanze, poi riflettendo pensò: - Ho ascoltato buone parole. Sarebbe bello se mio fratello potesse tornare com'era!". Tornò perciò in giardino e sentì di nuovo la voce: - Re, re, vuoi che tuo fratello torni com'era?". - Sì, sì», egli rispose. "Bene, sai che devi fare? Devi uccidere i tuoi figli che hai lasciato nel letto mentre giocavano, e col loro sangue devi ungere tuo fratello, egli allora tornerà com’era". Egli lo fece e quando la moglie tornò a casa, e vide i suoi tre figli uccisi, per il dolore cadde a terra svenuta. Allora scoppiò una grande tempesta con grandine e vento e tuoni. Si spalancarono porte e finestre e la casa tremò tutta. All'improvviso entrarono l'orca e l'orco, i quali presero a picchiare la figlia gridando e dicendo: «Assassina, questo è lo stesso dolore che provammo anche noi quando te ne andasti col figlio del re ma guarda sul letto perché i tuoi figli sono tornati come prima. La voce che tuo marito udì era la nostra, e lo spingeva ad uccidere i figli. Ora vivete felici e contenti perché noi torniamo dove siamo sempre vissuti". La figlia avrebbe voluto trattenerli, ma essi non vollero perché erano abituati a stare tra i boschi.
Quelli vissero felici e contenti e noi stiamo accanto al fuoco
perché dal freddo battiamo i denti.

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Catanzaro
88100

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