27/05/2026
C’è una sentenza, depositata in questi giorni, che vale la pena raccontare per ciò che questa sentenza significa e rappresenta: il coraggio di una madre e di una figlia minorenne, vittima di violenza da parte del suo fidanzato, che supera oltre ogni ostacolo e paura.
Partiamo proprio dalla sentenza.
Un anno e sei mesi di reclusione, con sospensione condizionale subordinata al risarcimento del danno, a una provvisionale immediatamente esecutiva di diecimila euro in favore della vittima e all’obbligo di intraprendere un percorso di consapevolezza con incontri bisettimanali presso strutture specializzate. In caso di inadempimento, la sospensione viene meno e la pena diventa effettiva. I capi d’imputazione: maltrattamenti, atti persecutori ex art. 612 bis del codice penale, con le aggravanti del reato informatico e della minore età della persona offesa.
Dietro questa formula tecnica c’è una storia che molte madri, e molte ragazze, riconosceranno. Una relazione cominciata quando lei era ancora minorenne, lui maggiorenne. Poi il restringimento progressivo del perimetro di vita: niente gita scolastica, niente tempo in cortile durante la ricreazione, videochiamata obbligatoria ogni volta che usciva di casa. Gli insulti. Le mani addosso. I lividi.
Ed è così che la madre, ignara di tutto, ha scoperto la tremenda storia che stava logorando sua figlia nel corpo e nell’anima.
La vicenda diventa anche la storia di una madre. Una madre che si è accorta. Che ha fatto domande. Che ha cercato un avvocato, ha ascoltato, e poi ha scelto, insieme alla figlia, la strada più difficile, denunciare.
Io ho sentito tutto il peso e la responsabilità di questa storia e assieme a un collega abbiamo seguito e assistito la madre e la ragazza dal primo giorno fino all’emissione della sentenza.
Il procedimento è durato quasi due anni. L’imputato ha scelto il rito abbreviato, e parte delle prove raccolte non è entrata nel dibattimento. Eppure la condanna è arrivata, nei confronti di un soggetto incensurato, con un impianto probatorio che ha tenuto.
Vale la pena dirlo chiaramente, perché troppo spesso si sente il contrario: denunciare serve. La giustizia non è sempre veloce, non è spesso semplice, non risarcisce ciò che è stato tolto. Ma fa il suo percorso. E in fondo a quel percorso c’è una sentenza che riconosce, che nomina, che impone all’autore della violenza non solo una pena ma un cammino — quello degli incontri bisettimanali con psicologi ed esperti — per ricostruire la consapevolezza di ciò che ha fatto.
Staccarsi da una relazione di questo tipo è difficilissimo, anche quando da fuori sembra ovvio. C’è un legame che lega proprio dove ferisce, e c’è bisogno di un’équipe — psicologica, legale, familiare — che accompagni passo dopo passo. In questo caso quell’équipe c’è stata, e non si è risparmiata.
A chi sta leggendo e si riconosce, anche solo in un dettaglio dico solo una cosa: parlatene. Con una persona di fiducia, con un legale, con un centro antiviolenza. Il primo passo è il più faticoso. Tutti gli altri si possono fare insieme.