12/11/2020
QUELL’IDEA BLASFEMA DEL GIUDICE FUORI DALLA SUA AULA
Siamo tutti sulla stessa barca, contro la pandemia. L’obiettivo è comune, anche nei palazzi di giustizia: ridurre quanto più possibile, senza paralizzare la giurisdizione, il numero di presenze negli uffici e nelle aule, a difesa del diritto alla salute dei giudici, dei pubblici ministeri, del personale dipendente, degli avvocati, dei cittadini costretti ad accedervi. Noi penalisti abbiamo in tal senso da subito sottoscritto protocolli con Presidenti di Tribunali e Corti di Appello, firmato intese con le Procure della Repubblica, cercato ed in buona parte trovato intese con il Ministro di Giustizia sulle misure urgenti da adottare. Abbiamo noi per primi suggerito la possibilità di prestare il consenso, ove non pregiudizievole per i nostri assistiti, alla celebrazione cartolare di udienze camerali nei vari gradi di giudizio. Siamo arrivati eccezionalmente a comprendere le ragioni del ricorso alle Camere di Consiglio da remoto in tutte le ipotesi nelle quali non fosse normativamente prevista la partecipazione del difensore.
Abbiamo però indicato, al tempo stesso, due limiti che ritenevamo e riteniamo invalicabili. Non per noi, chiariamolo subito: cinicamente parlando, un avvocato più processi celebra, più guadagna, mettetevelo bene in testa. Si tratta di limiti invalicabili se si vuole salvaguardare, anche nella emergenza, la essenza stessa del processo e dei diritti che esso deve rispettare senza eccezioni.
Quei due limiti sono: la incompatibilità del dibattimento penale, e precisamente delle udienze di acquisizione della prova e di discussione, con la celebrazione da remoto (il “videogioco del processo”); e la inderogabilità della presenza fisica dei giudici nelle Camere di Consiglio conclusive di procedimenti che prevedano normativamente una discussione delle parti. È semplicemente inconcepibile che un giudizio collegiale, dunque una discussione tra giudici che devono pronunciare sentenze almeno a maggioranza, possa avvenire lontano dagli atti sui quali la decisione deve prendere forma. E nulla cambia, come è ovvio, se il difensore abbia scelto di rinunziare alla propria discussione finale.
Abbiamo vinto una grande battaglia sul primo limite, avendo dalla nostra perfino molte importanti Procure italiane e la stragrande maggioranza dei giudici italiani, che al videogioco del processo non vogliono giocare. Strepita solo ANM, sempre più incomprensibilmente concentrata su guerriglie corporative ed ideologiche.
Sul secondo limite, stiamo al momento soccombendo. Il nuovo decreto- legge “Ristori bis” introduce il processo di appello cartolare (come d’altronde quello di Cassazione). È ben vero che esso può avvenire solo se il difensore non manifesti il dissenso; ma il fatto nuovo è che, se il difensore vi consente, la Camera di Consiglio può ora celebrarsi su piattaforma informatica. Con buona pace della segretezza, ma soprattutto della collegialità della Camera di Consiglio. Perché spero nessuno voglia raccontarci la storiella che i fascicoli saranno triplicati in copia e trasmessi, fisicamente o digitalmente, agli indirizzi di ciascuno dei tre giudici (o dei cinque, in Corte di Cassazione). Dunque, siamo alla ufficiale monocratizzazione del giudice collegiale. È sconcertante la indifferenza con cui si pretende che questo accada, e con essa la diffusa pervasività di una idea corriva e starei per dire blasfema di quella che noi avvocati ci ostiniamo invece a considerare la inviolabile sacralità della Camera di Consiglio. È mai possibile, mi chiedo, che restiamo solo noi avvocati a difendere quella idea? E cioè che quando i giudici si riuniscono per pronunciare sentenza, lo facciano sentendo il dovere quasi sacerdotale di concordare un giudizio, nella consapevolezza certa, piena e condivisa dell’oggetto della propria decisione?
Qui la questione sanitaria è, diciamocelo con molta franchezza, un volgare e penoso pretesto per guadagnare un piccolo privilegio corporativo. Dobbiamo svuotare le aule, certamente, ma giammai del giudice, santo Iddio! Teniamo fuori quanto più possibile, in questa eccezionale contingenza, tutte le presenze consensualmente derogabili: e non saranno poche. Teniamo chiuse le porte delle aule al pubblico. Ma il Giudice! il Giudice fuori dall’aula è una idea, prima che irresponsabile, lasciatemelo dire senza mezzi termini, miseranda.
Ci ripensi il Governo, ci ripensi il Parlamento, si rassegni ANM: non costringeteci a sollecitare la rivolta orgogliosa di tutta l’avvocatura italiana, per fare l’esatto contrario di ciò che eravamo e siamo ancora pronti a fare, cioè ridurre al massimo la presenza nostra e dei nostri assistiti nelle aule. Non costringeteci a dire a tutti gli avvocati italiani: andiamo tutti nelle aule delle nostre Corti di Appello, senza eccezioni, ancora una volta in difesa della dignità e della sacralità della giurisdizione. Ancora una volta, anche in tempi di Covid, con la toga sulle spalle e nel cuore.