Studio Legale Avvocato Francesco Riccardi

Studio Legale Avvocato Francesco Riccardi Diritto civile e penale della famiglia, delle persone e dei minorenni. Patrocinante in Cassazione e dinanzi alle Giurisdizioni Superiori.

Amministratore di sostegno, tutore. Curatore Speciale del minore.

05/05/2026
05/05/2026

La Cassazione conferma il concorso di reati: chi nega il mantenimento e l’affetto ai minori rischia una pena doppia per la violazione degli obblighi.

27/02/2026

"Soffermiamoci su almeno due grandi nuove angosce dei genitori oggi.

La prima è relativa all’esigenza di sentirsi amati dai loro figli. [...] Per risultare amabili è necessario dire sempre “Sì”, eliminare il disagio del conflitto, delegare le proprie responsabilità educative, avallare il carattere pseudodemocratico del dialogo.[...]

La seconda grande angoscia dei genitori di oggi è quella legata al principio di prestazione. Lo scacco, l’insuccesso, il fallimento dei propri figli sono sempre meno tollerati. [...]

Le attese narcisistiche dei genitori rifiutano di misurarsi con questo limite attribuendo ai figli progetti di realizzazione obbligatoria.

Ma, come ha scritto Sartre, se i genitori hanno dei progetti per i loro figli, i figli avranno immancabilmente dei destini... e quasi mai felici."
- Massimo Recalcati

30/11/2025

Secondo la Cassazione più volte in tempi recenti la norma di cui all’art. 570-bis c.p. non tutela solo l’“assegno ordinario”, ma l’intero insieme degli obblighi economici verso i figli. In particolare:

Sentenza n. 19715 del 27 maggio 2025 ha affermato che il mancato pagamento delle spese straordinarie (es. mediche, scolastiche, sanitarie) se previste da titolo giudiziario o accordo integra il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare.

Sentenza n. 16121 del 16 luglio 2025 la Cassazione ha ribadito che è sufficiente un inadempimento “serio e protratto nel tempo”, anche se parziale, perché si configuri il reato: non serve che i versamenti siano del tutto mancati.

La norma incriminatrice parla infatti di “ogni tipo di assegno ovvero di obblighi di natura economica in materia di separazione o affidamento dei figli”, e non esclusivamente dell’assegno mensile.

In altri termini: non si tratta di una mera questione di soldi “all’ex”, ma di diritti dei figli: istruzione, salute, bisogni straordinari. Quando questi obblighi anche solo in parte non vengono rispettati in modo grave e continuativo, la legge penale si attiva.

28/11/2025

Il caso del “bosco" riaccende il tema: ascolto del minore e sostegno alle famiglie sono principi inderogabili.

27/11/2025

D. Siegel, Esserci Come la presenza dei genitori influisce sullo sviluppo dei bambini .

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Un libro da leggere e custodire

26/11/2025

Quando parliamo di manipolazione psicologica, c’è un elemento che non manca mai. Mai.
Ed è il senso di colpa.
Non un sentimento spontaneo, non un moto interiore autentico, ma una trappola costruita ad arte, calibrata sul punto esatto in cui la vittima è più fragile, più vulnerabile, più esposta.

Il manipolatore utilizza la colpa come un telecomando emotivo.
La programma, la attiva, la spegne e la riaccende quando serve. Da lì può orientare le scelte della vittima con una precisione chirurgica.

Come funziona questa arma psicologica?
1. Prima fase: l’erosione dell’autostima
Il manipolatore identifica le crepe (quelle che ognuno di noi ha) e le trasforma in ferite.
“Non sei abbastanza.”
“Hai sbagliato di nuovo.”
“Se ti succede questo, è perché non vali.”
È un lento lavoro di demolizione. La vittima comincia a sentirsi responsabile di tutto ciò che non va, anche di ciò che non dipende da lei.
2. Seconda fase: l’addebito sistematico della responsabilità
Ogni reazione del manipolatore (collera, silenzio punitivo, svalutazione, crisi) diventa colpa della vittima.
“Mi comporto così perché tu mi provochi.”
“Se io esplodo, la colpa è tua.”
“Guarda cosa mi costringi a fare.”
È il ribaltamento totale della responsabilità: chi agisce violenza diventa, paradossalmente, la vittima; chi la subisce diventa il carnefice.
3. Terza fase: la colpa come telecomando
A questo punto la vittima non sceglie più in autonomia: decide per evitare di sentirsi in colpa.
Non esce, non parla, non chiede aiuto, non contraddice, non si difende.
Ogni decisione è filtrata attraverso un pensiero ossessivo:
“Devo evitare di farlo arrabbiare. Devo evitare che stia male. Devo evitare di sbagliare.”
Ed è qui che la manipolazione diventa controllo.
È qui che la colpa diventa catena.

Perché i manipolatori scelgono la colpa?

Perché la colpa è una delle emozioni più potenti in assoluto.
È l’emozione che più facilmente piega, isola, sottomette.
Non c’è bisogno di urla, di minacce esplicite, di violenza fisica: basta creare il convincimento che “se succede qualcosa di negativo, è colpa tua”.

La colpa toglie lucidità, logora l’identità, spegne la capacità di giudizio.
E da quel momento la vittima non combatte più il manipolatore, ma combatte se stessa.
Ed è la forma di prigionia psicologica più efficace, la più feroce, la più devastante.

…questo meccanismo è sempre presente…

Nel mio lavoro di psicologa forense lo vedo in ogni singolo caso di maltrattamento grave.
Non esiste abuso psicologico, non esiste violenza domestica, non esiste relazione manipolatoria patologica che non utilizzi, in modo sistematico e raffinato, il senso di colpa come leva di controllo.

È il cuore del processo manipolatorio.
La chiave di volta che permette al maltrattante di governare la vittima, di annullarla, di usarla, di impedirle di ribellarsi.

E quando la colpa diventa il criterio attraverso cui la vittima organizza la propria vita, la manipolazione ha già raggiunto il suo obiettivo ossia
rendere l’altro un’estensione della propria volontà.

26/11/2025

𝐀𝐟𝐟𝐢𝐝𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐬𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐚𝐦𝐛𝐢𝐭𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐠𝐢𝐮𝐧𝐭𝐢 𝐞𝐝 𝐞𝐬𝐜𝐥𝐮𝐬𝐢𝐯𝐢 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐞𝐫𝐜𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐠𝐞𝐧𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐥’𝐚𝐬𝐩𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐥𝐢𝐭𝐭𝐮𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢

Soluzione certamente innovativa, capace di aprire scenari interessanti in materia, ma comunque temporanea, in quanto adottata dal Tribunale con ordinanza contenente provvedimenti provvisori, finalizzati a ripristinare una gestione realmente condivisa tra i genitori.

𝐒𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚:

– Eseguita la CTU e nominato il curatore speciale, il Tribunale riconosce che, pur in presenza di aspra conflittualità, entrambi i genitori possiedono 𝐚𝐝𝐞𝐠𝐮𝐚𝐭𝐞 𝐜𝐚𝐩𝐚𝐜𝐢𝐭𝐚̀ e non vi sono i presupposti per escludere l’affidamento condiviso.
– Per contenere il conflitto, vengono individuati 𝐚𝐦𝐛𝐢𝐭𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐠𝐢𝐮𝐧𝐭𝐢 𝐞𝐝 𝐞𝐬𝐜𝐥𝐮𝐬𝐢𝐯𝐢 di esercizio della responsabilità genitoriale:
• 𝐀𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐝𝐫𝐞 è attribuita la decisione sulla scelta della scuola dell’infanzia.
• 𝐀𝐥 𝐩𝐚𝐝𝐫𝐞 sono attribuite le decisioni sanitarie, incluse vaccinazioni e cure, in coordinamento con la curatrice speciale.
– Ciascun genitore può gestire in autonomia il 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐦𝐞 𝐚𝐥𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 della minore durante i propri periodi di cura, confrontandosi con il pediatra ove necessario.
– Quanto ai 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐢 𝐝𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐦𝐚𝐧𝐞𝐧𝐳𝐚, la buona relazione padre–figlia emersa in CTU esclude riduzioni del tempo paterno; anzi, viene previsto un incremento graduale, necessario per favorire una piena sintonizzazione emotiva, nonostante la particolare situazione familiare della madre.

Fonte: https://www.osservatoriofamiglia.it/contenuti/17522596/affido-condiviso-con-ambiti-esclusivi-di-responsabilita-geni.html




20/11/2025

Oggi, 20 novembre, si celebra la Giornata Mondiale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza.

“Proteggere i diritti dei più piccoli è proteggere la dignità dell’intera umanità.” — Organizzazione delle Nazioni Unite

17/11/2025

ALLE RADICI DEL DISAGIO PSICOLOGICO IN ETÀ EVOLUTIVA – ERRORI DA EVITARE

Visto il numero davvero impressionante di persone che ieri sera non sono riuscite a entrare al Teatro La Fenice di Osimo — sold out in pochissimo tempo — ho deciso di riportare qui una sintesi del mio intervento.
Il tema affrontato tocca da vicino moltissime famiglie e mi sembra doveroso renderne accessibili i passaggi principali anche a chi non è riuscito a trovare posto.
Di seguito, dunque, ripercorro i punti essenziali della serata, certa che possano essere di interesse per tutti voi che mi seguite con grande attenzione e partecipazione.
Quando parliamo di disagio psicologico in età evolutiva dobbiamo liberarci subito da una falsa credenza: i bambini non sono “piccoli adulti”, non hanno gli strumenti che abbiamo noi per dare un nome alle loro ferite interiori.

Non spiegano, mostrano.

Non argomentano,mettono in scena.

E spesso, lo fanno in silenzio.
Il disagio non arriva mai all’improvviso, matura piano, si insinua nelle crepe della quotidianità, si alimenta di microtraumi, incoerenze educative, conflitti irrisolti. Cresce in quelle zone d’ombra che gli adulti non guardano, o che preferiscono non vedere.

La radice profonda del malessere, quasi sempre, si trova nella qualità del legame primario.

Un legame insicuro, instabile o emotivamente altalenante non genera semplicemente ansia, genera bambini iperadattati, bambini che imparano presto a “fare i bravi” perché temono di perdere l’amore dell’adulto.
Sono bambini che sembrano perfetti, ordinati, autonomi… ma è un equilibrio costruito sulla paura, non sulla fiducia.

Quando vedi un bambino che non sbaglia mai, chiediti sempre: a quale prezzo?

Accanto a questo, c’è la scuola, un ecosistema potentissimo che spesso intercetta i primi segnali. Un calo improvviso del rendimento, l’isolamento durante l’intervallo, l’aggressività che esplode in classe: tutto questo non parla di “cattiva educazione”, parla di un malessere che non trova parole, e quindi cerca spazio nel comportamento.
I segnali d’allarme sono tanti, evidenti e, allo stesso tempo, facilissimi da ignorare.

Ci sono segnali comportamentali: il bambino che cambia personalità nel giro di pochi mesi; quello che si ritira, quello che diventa oppositivo, quello che regredisce e ricomincia a fare la p**ì a letto o a non voler più dormire da solo.

Ci sono reazioni emotive sproporzionate: crisi di rabbia che sembrano capricci, ma che in realtà sono collassi emotivi di chi non ha più spazio dentro di sé per contenere ciò che prova.

Ci sono indicatori sociali: l’isolamento, la selettività estrema nei rapporti, l’esclusione dai pari, o al contrario la fusione totale con gruppi virtuali che diventano l’unico rifugio possibile.

E poi c’è il corpo, che nei più piccoli è sempre il primo a parlare: mal di pancia, mal di testa, nausea, sintomi ricorrenti che sembrano “niente”, ma che di niente non hanno proprio nulla.

I bambini hanno un linguaggio segreto: quello dei sintomi.

Ed è un linguaggio che chiede disperatamente traduzione.
Ma l’ostacolo più grande non è il disagio dei bambini, sono gli errori degli adulti.
La minimizzazione è il primo.

Quante volte sentiamo dire “passerà”, “è solo stanchezza”, “fa così da un po’, ma poi si calma”?

Ogni volta che un adulto minimizza, il disagio si sedimenta, mette radici, diventa stabile.

Il secondo errore è proiettare.

Spesso gli adulti non guardano il bambino: guardano le loro aspettative.

“Devi essere forte”, “non devi avere paura”, “non devi piangere”.

Ogni “tu devi” è un colpo inferto alla possibilità di autenticità emotiva.
Il terzo errore è la confusione tra disciplina e controllo.

La disciplina educa, il controllo mutila.

Il risultato? Bambini che rispettano le regole fuori, ma dentro si sentono costantemente sbagliati.

Infine, c’è la tecnologia usata come anestetico.

Un tablet messo in mano a un bambino che piange è un cortocircuito educativo: gli insegna che ciò che sente non va ascoltato, ma zittito.

E allora, come facciamo davvero a individuare il disagio?

Servono tre osservazioni fondamentali:

frequenza, intensità, persistenza.

Un comportamento diventa significativo quando cresce in almeno due di queste tre dimensioni.

Non basta un giorno difficile. Ma se quel giorno difficile diventa una settimana, un mese, una fase che non si spiega… allora il campanello è forte e chiaro.

Dobbiamo osservare il bambino in quattro ambienti:

– casa

– scuola

– relazioni tra pari

– mondo digitale

Se un segnale appare in almeno due contesti, non è più un episodio: è un indicatore.
Serve poi imparare a fare domande che aprono mondi:

“Qual è il momento della giornata in cui ti senti più in difficoltà?”

“Se il tuo corpo parlasse, cosa direbbe oggi?”

“Cosa vorresti che gli adulti capissero di te?”

I bambini rispondono, sempre. Ma bisogna parlare la loro lingua.

E c’è un criterio semplice, quasi matematico:

se compaiono almeno tre categorie di segnali (comportamentali, emotivi, relazionali, somatici), è necessario un approfondimento clinico.

Non domani.

Non tra due mesi.

Ora.

Cosa possiamo fare davvero?

Prima di tutto, creare terreno di sicurezza.

I bambini non hanno bisogno di adulti perfetti, hanno bisogno di adulti prevedibili, coerenti, presenti.

Poi dobbiamo aiutarli a nominare le emozioni, perché si regola solo ciò che si sa chiamare. “Ti vedo agitato”, “vedo che sei triste”, “sembri preoccupato”: sono frasi semplici, ma sono finestre che si aprono dentro un bambino.

Dobbiamo abbandonare il mito del “se lo ignoro, passa”: il disagio ignorato oggi diventa un sintomo complesso domani.

E dobbiamo smetterla di accusare la scuola, o di aspettarci che risolva tutto da sola: la scuola è un alleato, non un colpevole.

E poi c’è il momento più difficile ossia riconoscere quando serve aiuto.

Quando il disagio supera le risorse della famiglia.

Quando il bambino regredisce, quando si isola, quando esplode o implode.

Chiedere aiuto non è un fallimento: è un atto di tutela.

Perché un bambino che soffre non chiede mai aiuto a caso.

Il disagio psicologico dei bambini non è un “problema”: è un messaggio.

E ogni messaggio ignorato lascia una cicatrice.

Il nostro compito, come adulti, è intercettarlo prima che si trasformi in comportamento disfunzionale, in rabbia, in isolamento, in autodenigrazione.

Non servono supereroi.

Servono adulti che ascoltano.

Che guardano.

Che non si spaventano di fronte alle emozioni, ma le attraversano insieme ai bambini.

Perché un bambino visto, ascoltato, accolto… è un bambino che può guarire.

E la differenza tra una vita segnata dal disagio e una vita che trova un equilibrio comincia sempre da qui, dall’attenzione.Dall’ascolto. Dal coraggio di non voltarsi dall’altra parte.

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Via Roma N. 21
Castrocielo
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