30/05/2026
“La Toga non è abito. È perimetro.
Quando la stoffa nera scende dalle spalle, qualcosa si chiude attorno all’uomo che la indossa e qualcosa, fuori, si apre.
L’aula riconosce la sagoma prima del volto, la funzione prima della biografia. Calamandrei lo dice senza enfasi: «La toga, uguale per tutti, riduce chi la indossa ad essere, a difesa del diritto un avvocato: come chi siede al banco del tribunale è un giudice, senz’aggiunta di nomi o titoli».
Una riduzione, sì.
Si toglie l’individuo perché resti la parte.
C’è chi la indossa con la solennità di una vestizione liturgica e chi la infila tra un fascicolo e l’altro, sull’ascensore, mentre il tempo scade.
La toga sopporta entrambi.
Non chiede teatralità né concede sconti. Per ore tiene il caldo, raccoglie polvere d’archivio, si sgualcisce alla piega del gomito che ha retto troppi codici. Eppure regge, nella scena, esattamente quello che le si chiede di reggere: il fatto che chi parla non parla per sé.
La toga è funzione. Per questo Calamandrei può scrivere che «ottimo è quell’avvocato di cui il giudice, finita la discussione, non ricorda nè i gesti, nè la faccia, nè il nome: ma ricorda esattamente gli argomenti che, usciti da quella toga senza nome», sono entrati a far parte del giudizio. La toga senza nome. Una formula esatta.
L’avvocato vince quando sparisce dentro la sua causa.
L’umiltà che le si attribuisce è parola fraintesa.
Quello che la toga chiede è più piccolo e più duro: «reverenza civica all’altezza della funzione».
La distanza dovuta non al magistrato come uomo ma al posto che occupa. E in cambio, alla difesa, la stessa distanza, lo stesso rispetto del posto. Le due rive del processo si reggono insieme oppure crollano insieme: «solo là dove gli avvocati sono indipendenti, i giudici possono essere imparziali; solo là dove gli avvocati sono rispettati, sono onorati i giudici».
C’è poi una dimensione che le aule non sempre dichiarano, e che Carnelutti ha avuto l’onestà di nominare.
Sotto la toga c’è una postura sentimentale che il giudice non può permettersi e che l’avvocato non può rifiutare: «Il giudice per definizione giudica, non ama. L’avvocato, al contrario, ama, non giudica.
Ama anche se non se ne accorge.
Non si può difendere senza amare. La difesa, proprio perché è il contrario dell’offesa, implica l’amore».
È una vicinanza professionale: stare accanto allo sciagurato senza, per un’ora almeno, vivere un poco della sua sciagura significa portare in udienza una difesa che non si è ancora alzata in piedi.
Quando l’avvocato si alza davvero, e la toga gli pesa addosso alle nove di un’udienza che gli sembra perduta, vale ricordare l’unica cosa che conta dell’arringa. Sempre Carnelutti: «Ciò che importa nell’arringa, non è né la bellezza della voce né l’eleganza della frase, ma l’efficacia del dimostrare e del persuadere: il trapasso cioè di una tesi dall’ombra in cui è sepolta allo splendore dell’evidenza».
La toga educa all’esattezza. Toglie l’enfasi superflua, restituisce il corpo alla parte.
Resta una verità che non ha bisogno di abito ma che dell’abito si serve. Il processo, in fondo, ha un compito modesto e immenso che Calamandrei racchiude in una clausola di bellezza quasi fuori posto: «raddolcire qui in terra con un po’ di giustizia umana l’ingiustizia lontana ed impassibile delle stelle». La toga serve a questo: a ricordare, a chi la veste, che per un giorno ancora si fa il poco di giustizia umana che si può. (..)”