10/04/2020
❌NO ALLE UDIENZE PENALI ONLINE❌
IL VIRUS E L’ETICA SMARRITA DEL PROCESSO PENALE
È inutile che i sostenitori della smaterializzazione del processo penale ci ricordino ad ogni piè sospinto che tocca fare i conti con l’emergenza sanitaria, cioè con il distanziamento sociale come prossima, indispensabile regola di convivenza (e di sopravvivenza). Lo sappiamo perfettamente, e teniamo come chiunque alla salvaguardia della nostra e della altrui salute.
Ancor meno è necessario ricordare a noi avvocati, non garantiti da comodi stipendi e tranquille prospettive pensionistiche, che la giurisdizione deve riprendere il suo corso quanto prima. In verità, questi accigliati richiami andrebbero piuttosto rivolti a quegli Uffici Giudiziari (non tutti, per fortuna, ma una significativa parte purtroppo) che hanno già disposto ingiustificabili rinvii di decine di migliaia di processi a data da destinarsi, tra la metà del 2020 la prima metà del 2021. Magari, già che ci siamo, ci piacerebbe anche sentire qualche seria e documentata relazione dei capi degli uffici giudiziari italiani circa questo famoso smart working del personale di cancelleria, visto che nessun dipendente del comparto, a quanto ci risulta, può collegarsi da casa all’intranet della Giustizia, e nemmeno al server di posta elettronica: cosa stanno esattamente facendo da casa, quali compiti sono stati loro assegnati, quali feedback sulla produttività di questo lavoro ci possono essere credibilmente illustrati?
Infine, sarebbe di grande interesse chiarire, invece di farci lezioni di modernità e di ragionevolezza, come mai questa sfrenata passione per la smaterializzazione continui a non riguardare gli atti di provenienza difensiva, ai quali resta ostinatamente precluso l’uso della PEC, valevole solo nel percorso Giudice-Avvocato, ma non per l’inverso. I Giudici di Corte di Assise, se lo vorranno, potranno perfino fare Camera di Consiglio in mutande ciascuno dalla propria abitazione, ma se l’avvocato deve depositare un atto di appello deve armarsi di guanti e mascherina e andare in un Tribunale, accolto come un untore ai tempi della peste dal residuo personale lasciato in trincea. Qui come funziona la storia del diritto alla salute?
La verità è che questa farsa del processo da remoto ci dice che il Re è n**o. Questa frenesia di facoltizzare, con il pretesto dell’epidemia, la smaterializzazione non più di qualche limitata fase del processo, ma addirittura della stessa aula, disvela l’idea del processo penale che cova sotto le ceneri dello Stato di Diritto.
È una idea autoritaria del processo, perché sistematicamente orientata a marginalizzare tutto ciò che è invece irrinunciabile per il concreto esercizio del diritto di difesa. La pubblicità dell’udienza? Facciamone a meno. Il controllo fisico, percettivo, emotivo della testimonianza? Superfetazioni retoriche. La forza e l’efficacia fisica, materialmente tangibile, del controesame difensivo del teste di accusa? Non tutto si può pretendere. Il controllo difensivo della attenzione del giudice? Non osate metterla in dubbio. La inviolabile segretezza delle conversazioni tra difensore ed assistito durante l’udienza? Nei limiti del possibile. La segretezza quasi sacra della camera di consiglio? Fidatevi.
Quanto agli avvocati che sarebbero -che sono- favorevoli all’idea, sarà bene che riflettano sulla professione che hanno scelto di svolgere, e dunque sul ruolo di garanzia che è assegnato a noi avvocati penalisti nella società. Noi, al pari dei magistrati, non svolgiamo una professione come un’altra. Ci occupiamo di diritti, di libertà e di dignità delle persone di fronte al potere punitivo dello Stato. Chi pensa di poter pretendere dalla cassiera del supermercato che ci garantisca il nostro diritto a fare la spesa, ma non di esigere da noi stessi (e dalla magistratura italiana) il dovere di garantire senza alcuna menomazione il diritto di difesa dei nostri assistiti, si interroghi se non abbia per caso scelto il mestiere sbagliato.
Questa farsa grottesca e francamente anche un po' miserabile del processo dentro i quadratini di un computer, con la linea che va e che viene e tutti in mutande a casa nostra, non passerà. Fermatevi per tempo, prima di costringerci a travolgerla con un fiume inarrestabile di questioni ed eccezioni, processuali e anche solo banalmente tecniche (il diritto di difesa condizionato all’obbligo del computer? All’obbligo della fibra e della connessione wi-fi?) che vi riconducano alla ragione.
Quanto alla emergenza sanitaria, gli uffici giudiziari e la pubblica amministrazione, piuttosto che baloccarsi con queste ridicole, pericolose e devastanti idiozie, lavorino con impegno ed alacrità a garantire strumenti, regole e mezzi perché si possa da subito fare tutti il nostro dovere nelle aule. Con guanti, mascherine, disinfettanti e distanze di sicurezza dentro e fuori le aule. Ma con la toga sulle spalle e nel cuore.