05/04/2026
Gesù viene arrestato di notte, su indicazione di un associato a delinquere. Giuda. Chiamiamolo, in termini moderni, un coimputato diventato fonte della pubblica accusa, un chiamante in correità.
Viene condotto dinanzi al Sinedrio. Il procedimento è irregolare. I testimoni si contraddicono. Il racconto di Giovanni è illuminante: interrogate coloro che mi hanno ascoltato. Un’invocazione — nella sostanza — del diritto al confronto con le prove a carico. Ignorata.
Ciò che manca non è astratto. È concreto.
Nessuna presunzione di innocenza: l’udienza non è volta ad accertare la colpevolezza, ma a confermarla. Nessun difensore, nessuna parità delle armi. Le testimonianze sono contraddittorie, le imputazioni mutano — eppure il processo va avanti. La stessa autorità indaga, accusa e giudica. Violenze fisiche si consumano nel corso del procedimento, fuori da qualsiasi garanzia legale.
Poi il caso migra. Dalla religione alla politica. Dalla bestemmia a un’imputazione che Roma può eseguire.
Pilato non trova una base giuridica chiara per la condanna. Condanna lo stesso — perché a quel punto il processo non è più una questione giuridica. È guidato dalla pressione, dalla narrazione, dalla folla. Viene messo a morte.
Quando le garanzie processuali cedono — non in teoria, ma in pratica — la sentenza è già scritta prima che l’udienza finisca. Ed è ingiusta.
È la lezione che attraversa duemila anni, intatta.
Buona Pasqua.