12/07/2025
CHIARA : quando la giustizia domestica diventa strumento di oppressione
Il caso CHIARA: quando la giustizia domestica diventa strumento di oppressione di Pietra Triscari avvocato Tag: violenza psicologica, abuso economico, mobbing giudiziario, tutela del minore, Convenzione di Istanbul
"La violenza domestica non è solo un atto. È un sistema." – Convenzione di Istanbul, art. 3
Un caso emblematico di abuso “legale” Chiara non ha lividi da mostrare. Non c’è stato uno schiaff o, né una minaccia esplicita. Ma ciò che ha subito — e continua a subire — rientra a pieno titolo in quelle che la Convenzione di Istanbul chiama “forme di violenza economica e psicologica all’interno della famiglia”. La sua vicenda, attualmente all’esame del Tribunale, è paradigmatica. Una separazione che si è trasformata in una strategia sistematica di logoramento economico, giudiziario ed emotivo, in un contesto di forte disparità di potere tra i coniugi.
Il potere economico come strumento di controllo. Chiara lavora come impiegata amministrativa guadagna 15 mila euro l’anno. Il marito, dirigente guadagna oltre 160.000 euro l’anno. Ma non si limita a guadagnare di più: ha usato la sua posizione per gestire tutti i fl ussi fi nanziari familiari, accumulare benefi ci fi scali,ha intestato mutui e fi nanziamenti alla coniuge che non avrebbe mai potuto pagare per poi pignorare ogni risorsa della moglie.
Ha ottenuto: - il pignoramento dei conti correnti, - il pignoramento delle auto, anche quelle cointestata per eredità, - la segnalazione in centrale rischi della ex coniuge, - l’assegnazione dei crediti fi scali della ristrutturazione della casa familiare (pur essendo in comproprietà), - azioni giudiziarie continue (civili e penali), alcune già riconosciute come “strumentali”.
Il tutto senza che fi nora il sistema giudiziario sia riuscito a fermare questa spirale.
Quando la legge diventa un’arma: il mobbing giudiziario Il termine non è ancora recepito a pieno nel nostro ordinamento, ma la dottrina inizia a parlarne: mobbing giudiziario. Signifi ca usare in modo distorto gli strumenti processuali per logorare l’avversario, in questo caso l’ex coniuge economicamente più fragile. Nel nostro ordinamento l’unico istituto che si avvicina è l’azione di emulazione.
Nel caso di Chiara: - oltre 33.000 euro spesi dal marito solo in spese legali per sostenere tutte le azioni volte a togliere ogni risorsa a Chiara; - svariate azioni giudiziarie per recuperare importi irrisori rispetto alle spese liquidate; - tentativi multipli di farle attribuire disturbi psichiatrici inesistenti; - perfi no una valutazione medica per danni residuati dall’asportazione di un lipoma cerebrale mai eseguita, ma presentata come prova della sua “inadeguatezza” .
Tutto questo senza una vera condanna per violenza, perché la violenza psicologica non lascia referti. Ma lascia tracce profonde nella psiche e nel corpo: Chiara ha sviluppato ipertensione cronica, cadute da rialzi pressori, panico notturno. E i suoi fi gli — due adolescenti — sono cresciuti in un clima di controllo e manipolazione.
Un altro elemento centrale è l’ossessione del marito per un presunto tradimento. Per oltre un anno, ha ingaggiato un’agenzia investigativa privata che ha pedinato Laura sistematicamente, nel tentativo di trovare prove di una relazione extraconiugale. L’agenzia, tuttavia, non ha prodotto alcun riscontro oggettivo. Nonostante ciò, la pressione psicologica esercitata sulla donna è stata tale da indurla, in un momento di esasperazione, ad ammettere l’esistenza di una relazione aff ettiva con un terzo uomo — intesa come legame emotivo, non fi sico — che è stata però interpretata e diff usa giudiziariamente come una relazione amorosa a tutti gli eff etti. Il presunto “tradimento” è diventato l’ossessivo leitmotiv di tutte le azioni legali dell’uomo, ripetuto e sottolineato in ogni atto processuale, come strumento per consolidare la propria posizione di “vittima” e giustifi care l’intera escalation giudiziaria. Il paradosso della “buona paternità” Il padre è descritto dai servizi sociali come aff ettuoso, presente, impegnato nella vita del fi glio ma non vede la fi glia. Ma il quadro restituito dalle testimonianze parla di un controllo ossessivo: pianifi cazione rigida di ogni impegno del fi glio, isolamento da coetanei, gestione minuziosa della vita scolastica e sportiva, interferenze nei momenti madre-fi glio.
Il fi glio minore, risulta emotivamente spento, incapace di esprimere desideri propri, sempre accondiscendente: vittima inconsapevole di una forma di gaslighting genitoriale.
La fi glia, oggi maggiorenne, rifi uta ogni rapporto con il padre continua a fare un lungo percorso psicoterapico. Anche questo, ignorato nelle valutazioni giudiziarie e ha dichiarato che il padre è “malato”.
Il sistema giustizia e la sua impotenza strutturale. Il caso dimostra ancora una volta che il nostro sistema giudiziario non è attrezzato a riconoscere la violenza domestica nelle sue forme più sofi sticate: - Non esistono criteri chiari per riconoscere la violenza economica all’interno del diritto di famiglia. - La violenza psicologica viene quasi sempre ridotta a “confl ittualità tra ex”. - La voce dei minori viene ascoltata in modo formale, spesso fi ltrata proprio dal genitore dominante. - Le disuguaglianze economiche tra coniugi non vengono compensate da strumenti effi caci di tutela processuale.
La stessa Convenzione di Istanbul, ratifi cata dall’Italia nel 2013, prevede espressamente la necessità di contrastare ogni forma di abuso di potere domestico, anche quando agisce attraverso le leve economiche o giudiziarie. Ma la sua applicazione resta debole e frammentaria.
Chiara chiede: - La nomina di un curatore speciale per il fi glio minore. - Una consulenza tecnica sulla personalità del padre. - Il riconoscimento formale della violenza psicologica ed economica subita. - L’adozione di provvedimenti risarcitori e sanzionatori verso l’ex coniuge. - Il diritto a difendersi ad armi pari.