02/09/2026
È DISPIACIUTO.
Dopo aver molestato una ragazzina di 13 anni, entrata in un minimarket per comprare una merenda ai fratelli.
È dispiaciuto.
Le telecamere riprendono tutto.
E riprendono anche un altro episodio, avvenuto poco prima, ai danni di un’altra donna.
Il PM chiede il carcere.
Il GIP riconosce i “gravi indizi di colpevolezza”.
Riconosce il pericolo che possa commettere altri reati.
Scrive persino della sua “difficoltà a contenere i suoi impulsi”.
Ma lo rimette in libertà con obbligo di firma.
Perché?
Per il “comportamento collaborativo”, per la “resipiscenza dimostrata” e per “l’effetto deterrente cagionato dal trauma dell’arresto e dalla prima esperienza detentiva”.
Avete capito bene.
Il trauma dell’indagato.
In una vicenda che riguarda una ragazzina di 13 anni molestata mentre andava a comprare una merenda, si valorizza il trauma dell’uomo arrestato.
È dispiaciuto. È rimasto traumatizzato dal carcere. E viene rimesso in libertà.
Un provvedimento irragionevole. Fuori da ogni logica.
Ma c’è dell’altro.
In Italia basta molto meno per finire sui giornali con nome, cognome e fotografia.
Qui, invece, quasi nessuno scrive il nome del GIP che ha firmato questo provvedimento.
Perché?
Al momento, il nome viene riportato soltanto da Il Foglio, che afferma di aver letto gli atti.
Non ho trovato altre fonti che confermino il nome. Ne una foto.
E anche questo fa riflettere.
Parliamo di un magistrato che esercita una funzione pubblica e prende decisioni “in nome del popolo italiano”.
E allora una domanda.
Se quella ragazzina di 13 anni fosse vostra figlia o vostra sorella, cosa pensereste di questa decisione?
Cosa pensereste dell’operato del GIP?
E cosa pensereste della giustizia italiana?