30/11/2025
La perigliosa operazione della stima del corredo
Il matrimonio in Sicilia seguiva fino a qualche decennio fa, rituali antichi, regolati da usanze stratificate nei millenni. Al centro delle trattative tra famiglie c’era il corredo – u curriddu, come lo chiamano con quella secca sapienza contadina – assai più che un semplice insieme di stoffe.
Era l’identità stessa della sposa, il decoro della sua famiglia, la promessa concreta della casa nuova. Comprendeva lenzuola, biancheria intima, tovaglie, asciugamani, copriletti, centrini, tendaggi, camicie da notte, capi ricamati a mano e, talvolta, qualche utensile domestico. Si ripeteva, con la sentenza di un destino: “A figghia si marita cu’ so’ curriddu.”
E nessuno aveva il coraggio di dubitarne. La preparazione di quel tesoro iniziava quando la sposa era appena una bambina. Attorno alle tele bianche, nonna, madre e zie si chinavano come piccole sacerdotesse, affidando a merletti, tombolo e sfilature un sapere antico. Ogni punto era un atto d’amore e disciplina. Ogni ricamo, una piccola metafisica domestica: il tempo che diventa virtù, la pazienza che diventa futuro.
A contenere tali tesori era la grande cassa del corredo, in noce o castagno, spesso intarsiata con motivi che sembravano alfabeti di un mondo scomparso. Là dentro si conservavano la tovaglia “buona”, il mustruni per il primogenito, il velo da sposa, il rosario, il libro della messa. Un forziere, sì: ma della memoria e dell’identità familiare.
E tuttavia, in Sicilia – terra dove ogni cosa aspira a diventare scena – la vera sostanza del corredo non era nel possesso, bensì nell’esposizione.
La stima, la vagghiata di li robbi, era un rito solenne. Alla vigilia delle nozze, la casa della sposa si trasformava in un piccolo teatro. Parenti, amici, curiosi entravano a gruppi, come spettatori chiamati a un giudizio che era insieme economico e morale.
Sul grande letto della madre veniva sciorinata la biancheria: guanciali con guanciali, lenzuola con lenzuola, camicie con camicie. Funicelle tese da parete a parete reggevano le vesti. Tovaglie, centrini e suppellettili occupavano tavole e sedie come attori in posa.
Ed ecco avanzare la stimutara o prizzatura, quasi sempre una sarta di mestiere, che conosceva il valore delle stoffe come un alchimista conosce il peso dei metalli.
A Palermo dichiarava i prezzi ad alta voce; a Salaparuta li mormorava all’orecchio dello scrivano, che li annotava con la gravità di un notaio medievale.
Il suo giudizio era una maschera che nessuno poteva togliere: inappellabile. E poiché la stima si faceva nell’interesse della sposa, i prezzi spesso si alzavano come farfalle in un giorno di vento.
La madre dello sposo taceva se era prudente; se no, protestava brandendo la minuta, l’inventario originario del corredo, come si brandisce una verità amara.
Finita la stima, i genitori dichiaravano la dote: un centinaio di onze, magari arricchite da oro, argento o terreni.
Nella Contea di Modica, insieme a lenzuola e salviette di tela di casa, si donavano il calderone, la padella, il braciere, la cassa di noce e una dote di venti o trenta onze, versate in rate legate alla vendita del maiale.
Ma se il maiale moriva… addio fave, e le liti cominciavano con la rapidità delle nuvole prima della pioggia.
A Raffadali la sposa portava la veste di lu ’ntrizzu, da indossare nella prima domenica utile, quando la suocera la conduceva in chiesa a sentir messa. Se la dote comprendeva terreni o case, occorreva il notaio; e lo sposo, con un sorriso più largo della propria borsa, dichiarava doni impossibili come:
“Ci mettu vint’unzi di virginità a la me zita.”
“Cci dugnu vinticinc’unzi di bon amuri.”
Promesse che erano magia narrativa, non aritmetica reale.
A Borgetto, Montevago, Caccamo, Barcellona, Menfi, i parenti offrivano anelli, orecchini, fazzoletti, camicie; e alla fine della ragghiata si distribuivano cìciru e calia, una manata da mangiare e un piattino da portare a casa, come un piccolo talismano di abbondanza.
Quanto allo sposo, portava ciò che gli uomini portano dalla notte dei tempi: se stesso, il lavoro delle braccia, la gioventù.
“L’omu fa la casa e no la dota.”
Eppure, in alcune zone dell’Etna, egli esponeva sul vassoio il denaro contante o portava i trespoli di ferro e le tavole del letto, mentre la sposa avrebbe portato materassi e biancheria.
Nella Contea ai figli maschi veniva dato “il piede di un mulo o di una giumenta”, la quarta parte dell’animale. Ma spesso gli altri piedi erano stati promessi a fratelli diversi, lasciando al padre ciò che restava: una divisione che un matematico definirebbe “geometria dell’assurdo”, più degna di un trattato medievale che di una casa contadina.
Così si compiva, ogni volta, la perigliosa operazione della stima del corredo: un rito pubblico e domestico insieme, dove orgoglio, reputazione, economia e tradizione si intrecciavano come fili di un ricamo antico.
Una scena che solo la Sicilia – così teatrale, così ironica, così profondamente umana – poteva concepire e tramandare.
Fonti: Usi costumi credenze del popolo siciliano Vol III di Giuseppe Pitrè