26/05/2026
Durante la campagna referendaria, chi denunciava correntismo, carrierismo, opacità delle nomine e crisi di credibilità del CSM veniva accusato di attaccare la magistratura e l’autonomia della giurisdizione. Il “caso Palamara” veniva descritto come un episodio isolato e superato.
Oggi, però, è la stessa ANM ad ammettere quei problemi per mesi negati o minimizzati. La mozione approvata il 16 maggio parla infatti della necessità di contrastare carrierismo, logiche di appartenenza, discrezionalità nelle nomine e di restituire centralità al merito e credibilità al CSM.
Sono esattamente le distorsioni che l’Unione delle Camere Penali denuncia da anni e che durante il referendum venivano liquidate come polemiche strumentali dell’avvocatura.
L’avvocatura, sostenendo il Sì, non ha mai voluto attaccare la magistratura, ma difenderne autonomia e indipendenza proprio da quelle degenerazioni correntizie che oggi gli stessi magistrati riconoscono pubblicamente.
Resta però una domanda: se queste verità fossero state ammesse prima del voto, quanti cittadini avrebbero scelto diversamente?
E resta anche la convinzione che il problema del correntismo non possa essere risolto soltanto dall’interno. Per questo servono riforme vere, a partire dalla separazione delle carriere, troppo a lungo descritta come un attacco alla magistratura invece che come un principio di civiltà giuridica e di piena attuazione del processo accusatorio.