27/01/2026
𝐋𝐚 𝐠𝐨𝐠𝐧𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚: 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐭𝐫𝐢𝐛𝐮𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥 𝐞𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐚𝐧𝐧𝐞 𝐚 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐞.
Nel vortice di violenza e morte che ha travolto Anguillara ci sono più vittime.
La prima è senz'altro Federica Torzullo, uccisa dal marito Claudio Carlomagno il nove gennaio scorso.
Ma la tragedia non si è fermata lì.
Il chiacchiericcio di paese e la violenta gogna sui social hanno schiacciato anche i genitori del femminicida, Maria Messenio e Pasquale Carlomagno, spingendoli a un gesto estremo.
Spesso ci si trova ad analizzare non solo la scena del crimine, ma anche le macerie che restano attorno ad essa.
In questo caso, siamo di fronte a un fenomeno allarmante: il processo mediatico che anticipa, sovrasta e talvolta annulla quello giudiziario.
La ricerca della verità processuale richiede garanzie, tempi tecnici, perizie e contraddittorio.
Il tribunale dei social, invece, richiede solo un bersaglio.
Quando l'indignazione legittima per un crimine efferato si trasforma in persecuzione verso i familiari dell'autore (estranei ai fatti), non stiamo facendo giustizia. Stiamo alimentando una spirale di violenza psicologica che può avere esiti letali.
In questi giorni la Procura indaga per istigazione al suicidio. Al di là degli esiti giudiziari, che dipenderanno dalla difficile prova del nesso causale, resta un interrogativo deontologico e umano: quanto pesa un commento d'odio sulla coscienza di chi è già devastato dal dolore?
La difesa della legalità passa anche per il rispetto della dignità umana, sempre. Anche nell'era digitale.