23/05/2024
Giovanni e Paolo
Mi perdonerete se inizio questo articolo con un ricordo personale. Lo faccio solo per cercare di spiegare cosa vuol dire per me, dopo tanti anni dalla terribile estate del 1992, scrivere di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Il 23 maggio del 1992, era un sabato, mi trovavo a Roma. Avevo appena vent’anni è partecipavo al concorso per entrare nell’accademia della Polizia dello Stato.
Non era una scelta dovuta alla voglia di indossare la divisa ma, per me figlio di un operaio e di una casalinga, rappresentava la possibilità di studiare e laurearsi in legge, ovvero quello che più volevo.
Quel pomeriggio assolato, dopo le prove fisiche, ero rimasto solo in albergo, Roma era deserta tranne che per sempre numerosi turisti.
Non avevo in camera la tv, né la radio e quindi la morte di Giovanni FALCONE giunse a me solo l’indomani mattina.
Il messaggero? Mio padre, che dopo una nottata in treno, era venuto a trovarmi per starmi un po’ vicino.
Lo ricordo come fosse ora. La prima pagina de “la Repubblica” - FALCONE ASSASSINATO - con la vignetta di FORATTINI, una Sicilia stilizzata con le fauci spalancate di un coccodrillo con coppola che piange mentre addenta un falco.
Un tuffo al cuore, da quel giorno la mia vita è cambiata, come per molti altri giovani italiani.
Giovanni e Paolo nascono entrambi a Palermo a meno di un anno di distanza, Giovanni era più vecchio di Paolo, ed entrambi nascono nel medesimo quartiere “La Kalsa”, dall’arabo al Khalisa, che significa la pura o l’eletta.
Giovanni è figlio di un chimico e di una casalinga, Paolo di una coppia di farmacisti, i loro compagni di giochi sono gli stessi che anni dopo faranno arrestare nelle loro inchieste, vivono a 150 metri di distanza.
Entrambi si laureano giovanissimi e vincono il concorso in magistratura molto presto, Paolo nel 1963 diviene il più giovane magistrato d’Italia, Giovanni nel 1964.
Si incontrano professionalmente a metà degli anni ’70 nell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sotto la guida di un altro martire della mafia, il Procuratore Rocco CHINICCI.
In quell’ufficio nascerà il rapporto di amicizia e di colleganza che li terrà uniti sino al giorno della loro morte, avvenuta ad appena 56 giorni di distanza l’una dall’altra.
Da quell’ufficio nascerà la prima e vera lotta alla mafia, o meglio a Cosa Nostra, così come si chiama veramente il sodalizio criminale.
Nasceranno le indagini sul traffico internazionale di droga, che faceva di Palermo e della Sicilia tutta il più grande laboratorio di raffinazione dell’eroina del mondo.
Loro due, assieme ad altri colleghi ed a pochi e fidatissimi investigatori, dimostreranno che la mafia, pur potentissima, può essere sconfitta.
In quegli anni muoiono a Palermo e dintorni in maniera orribile e per mano vigliacca: il Capo della Squadra Mobile di Palermo, Boris GIULIANO ed il I dirigente Antonio, detto Ninni, CASSARA’, il dirigente della Squadra Catturandi Giuseppe, detto Beppe, MONTANA, l’agente di Polizia Calogero ZUCCHETTO, il Capitano dei Carabinieri Emanuele BASILE, il Colonnello dei Carabinieri Giuseppe RUSSO, il Capitano dei Carabinieri D’ALEO.
Sotto i colpi della mafia cadono anche i magistrati: Pietro SCAGLIONE, Cesare TERRANOVA, Gaetano COSTA, Rocco CHINNICI, Antonino SAETTA, Antonino SCOPELLITI.
Quegli anni a Palermo è un bagno di sangue, la mattanza non sembra mai finire, i Corleonesi fanno uccidere chiunque sia di intralcio ai loro affari, siano essi i mafiosi perdenti o uomini dello Stato che non si piegano o non guardano dall’altra parte.
Dopo la morte di CHINNICI, nel 1983 arriva a Palermo un uomo mite e buono, ormai a fine carriera, Antonino CAPONNETTO.
In molti pensano che questo magistrato di lungo corso sia voluto tornare nella terra natia per chiudere in serenità la propria carriera, si sbagliano di grosso.
Antonino CAPONNETTO, sulla scia di quanto già fatto da CHINNICCI, crea il c.d. “pool antimafia”, ovvero un gruppo ristretto di magistrati che si occupano solo del fenomeno mafioso; ne fanno parte Giovanni FALCONE, Paolo BORSELLINO, Giuseppe DI LELLO, Leonardo GUARNOTTA, a cui successivamente si affiancarono Ignazio DE FRANCISCI, Gioacchino NATOLI e Giacomo CONTE.
E’ l’intuizione determinante, la mafia è una associazione criminale di tipo verticistico, nulla avviene a Palermo e dintorni se non è deciso dalla CUPOLA, ovvero la cabina di regia del sodalizio criminale composta dai rappresentanti delle famiglie più importanti.
Inoltre, la creazione del pool, risponde al duplice fine di frazionare i rischi personali mediante lo scambio e la circolazione delle informazioni e di assicurare una visione organica e completa del fenomeno mafia in tutte le sue manifestazioni delittuose.
Questo metodo di indagine, del resto già applicato dal magistrato Giancarlo CASELLI per la lotta al terrorismo, risulta vincente.
Tutto, dall’omicidio più insignificante al traffico di droga, dalle morti eccellenti al pizzo, è collegato ed univocamente riconducibile alla CUPOLA, in quegli anni comandata dai Corleonesi di RIINA e PROVENZANO.
La conferma del c.d. teorema arriva con il pentimento di Tommaso BUSCETTA che, rientrato in Italia dall’esilio brasiliano per sfuggire alla condanna a morte inflittagli dalla mafia vincente, spiega a Giovanni FALCONE quale è l’organigramma di Cosa Nostra.
Arrivano, per la prima volta, le condanne per i “mammasantissima”, il maxiprocesso di Palermo sentenzia 360 condanne per complessivi 2665 anni di carcere e undici miliardi e mezzo di lire di multe da pagare, segnando un grande successo per il lavoro svolto da tutto il “pool antimafia”.
E’ il 16.12.1987, dopo questa data nulla sarà come prima.
Da quel giorno il tempo scorre velocemente, ma è da allora che la mafia ha deciso che FALCONE e BORSELLINO dovranno morire e, qualcun altro, che il “pool antimafia” deve essere smantellato.
Le indagini continuano e si avvicinano troppo ai c.d. “colletti bianchi”, quei soggetti interni allo Stato ed alla società civile che, per i più svariati motivi, collaborano e fiancheggiano i mafiosi.
Altri, quelli in buona fede ma sicuramente molto ingenui, pensano che la mafia sia stata sconfitta, si sbagliano pesantemente.
Tutto inizia a crollare nel momento in cui Antonino CAPONNETTO lascia la Procura di Palermo per raggiunti limiti di età.
E’ il gennaio del 1988, il C.S.M. (Consiglio Superiore della Magistratura), l’organo di autogoverno della magistratura italiana, designa quale nuovo Procuratore di Palermo il dott. Antonino MELI e non l’ovvio successore di CAPONNETTO, ovvero Giovanni FALCONE.
Paolo BORSELLINO, dal 1986 divenuto Procuratore della Repubblica di Marsala, ebbe successivamente modo di affermare: “Quando Giovanni Falcone, solo per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, il CSM, con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il CSM ci fece questo regalo. Gli preferì Antonino Meli”.
Antonino MELI smantella il pool antimafia e decide che i suoi componenti debbano occuparsi anche di tutti gli altri reati, la mafia non è più una organizzazione verticistica e, pertanto, i reati vanno perseguiti autonomamente.
Paolo BORSELLINO in quei giorni dirà: “si doveva nominare Falcone per garantire la continuità all'Ufficio", "hanno disfatto il pool antimafia", "hanno tolto a Falcone le grandi inchieste", "la squadra mobile non esiste più", "stiamo tornando indietro, come 10 o 20 anni fa".
Per queste dichiarazioni rischiò un provvedimento disciplinare.
Giovanni FALCONE comincia a sentirsi solo e, come aveva più volte pronosticato, è proprio quando si è soli che la mafia ti colpisce.
Le prove generali per uccidere FALCONE la mafia le fa nel giugno del 1989, è il fallito tentato dell’ADDAURA.
I sicari di Totò RIINA, piazzano un borsone con cinquantotto candelotti di tritolo in mezzo agli scogli, a pochi metri dalla villa affittata dal giudice, che stava per ospitare i colleghi CARLA DEL PONTE e Claudio LEHMANN.
Il piano era probabilmente quello di assassinare Giovanni FALCONE allorché fosse sceso dalla villa sulla spiaggia per fare il bagno, ma l’attentato fallì.
Inizialmente venne ritenuto che i killer non fossero riusciti a far esplodere l’ordigno a causa di un detonatore difettoso, dandosi quindi alla fuga e abbandonando il borsone.
Vent'anni dopo, nuove ipotesi investigative avallerebbero invece la ricostruzione che l’ordigno venne reso inoffensivo nelle ore notturne antecedenti dagli agenti Antonino AGOSTINO ed Emanuele PIAZZA, fintisi sommozzatori. AGOSTINO e PIAZZA verranno poi assassinati.
Le “menti raffinatissime” sono all’opera, un pezzo di Stato briga con la mafia per togliere di mezzo l’ingombrante FALCONE, un altro pezzo dello stesso Stato lo salva.
Una settimana dopo il fallito attentato, il C.S.M. nomina Giovanni FALCONE procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo, in pratica diviene il vice di MELI.
Anche se amareggiato, Giovanni FALCONE continua la sua lotta contro la mafia, rimanendo legato all’amico Paolo BORSELLINO, con cui rimane ininterrotto un intensissimo scambio di conoscenze sulle indagini mafiose.
A Marsala BORSELLINO si era reso conto della crescente importanza delle cosche trapanesi, e di Totò RIINA e Bernardo PROVENZANO, all’interno della rete criminale Cosa Nostra, che ad esempio intorno a Mazara del Vallo e nel Belice, facevano ruotare interessi notevoli che occorreva seguire da vicino.
Le amarezze accumulate per lo scioglimento del “pool antimafia” e nelle attività di Procuratore aggiunto, i fatti di “delegittimazione” e il senso di sempre più inquietante solitudine, inducono Giovanni FALCONE ad accettare l’incarico di Direttore Generale degli Affari penali offertogli dal Ministro della Giustizia Claudio MARTELLI nel 1991.
A quel periodo risalgono la legge sui collaboratori di giustizia e la elaborazione di quello che verrà chiamato il regime del “doppio binario”; leggi che porranno le premesse per scardinare il muro delle omertà mafiose.
E’ di FALCONE l’intuizione della indispensabilità di una struttura di coordinamento nazionale dell’indagini antimafia.
E’ la Direzione Nazionale Antimafia - che, tra non pochi contrasti, ma grazie al suo impegno di Direttore Generale vedrà la luce nel novembre 1991 -, con il Procuratore posto alla sua guida che devono avere il compito di rendere effettivo il coordinamento delle indagini, di garantire la funzionalità della polizia giudiziaria e di assicurare la completezza e la tempestività delle investigazioni, a sostegno dell’attività svolta dalle procure territoriali e distrettuali.
In sostanza è la “veste normativa” dell’intuizione del “pool antimafia”, le indagini sulla mafia devono avere un coordinamento tale da garantire uno scambio continuo di informazioni.
Con FALCONE a Roma, BORSELLINO chiede il trasferimento alla Procura di Palermo e l’11 dicembre 1991 vi ritorna come Procuratore aggiunto, insieme al sostituto Antonio INGROIA.
E’ il 1992, manca poco all’epilogo.
Nel gennaio di quell’anno avviene però un fatto importante, la I sezione della Corte di Cassazione, non presieduta da Corrado CARNEVALE detto “l’ammazza sentenze” grazie all’idea di Giovanni FALCONE di prevedere la rotazione dei Presidenti di sezione, conferma integralmente le condanne del maxiprocesso.
E’ la piena ed indiscussa conferma del teorema accusatorio portato innanzi dal “pool antimafia” e la definitiva sconfitta delle speranze dei boss di farla franca, le porte del carcere si aprono per rinchiudersi allo loro spalle per sempre.
I boss ancora in libertà avevano avute ampie rassicurazioni dai loro referenti politici che il processo, come tanti altri in Cassazione grazie al dott. CARNEVALE, sarebbe finito con un nulla di fatto, le promesse non mantenute con la mafia si pagano con il sangue.
A marzo di quello stesso anno viene ucciso Salvo LIMA, ovvero il referente politico di Giulio ANDREOTTI in Sicilia per la democrazia cristiana, finiscono nel mirino di Cosa Nostra altri nomi eccellenti del gota politico siciliano e nazionale.
Il conto con Giovanni FALCONE la mafia lo chiude quello sventurato sabato del 23 maggio del 1992, allorquando 500 kg. di tritolo fanno esplodere la strada che collega Punta Raisi a Palermo in località CAPACI-ISOLA DELLE FEMMINE.
Con Giovanni FALCONE e la moglie Francesca MORVILLO, muoiono gli agenti Vito SCHIFANI, Antonio MONTINARO e Rocco DICILLO.
Paolo BORSELLINO perde un fratello, in quei giorni chi lo incontra parla di un uomo ferito, consapevole di essere il prossimo ma, non sconfitto, vuole capire perché hanno ucciso Giovanni e sa di avere poco tempo.
Si dibatte in giorni convulsi, le indagini, le interviste le testimonianze.
Paolo non si arrende, non ha paura, non cede alla trattativa, non può esserci accordo con le bestie che hanno trucidato tanti servitori dello Stato.
Paolo è consapevole che il tritolo per lui è arrivato da circa una settimana.
Qualcuno lo tradisce, è storia recente l’ipotesi investigativa secondo cui Paolo BORSELLINO viene ucciso perché venuto a conoscenza della trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra.
Il 19 luglio del 1992 è una domenica, Paolo BORSELLINO si reca a far visita alla madre in Via Mariano D’Amelio.
Il corteo delle tre auto imbocca questa stretta strada di PALERMO senza via d’uscita, nessuno ha pensato di imporre un divieto di parcheggio in quella parte della Città.
Scende dalla sua auto, il tempo di citofonare ed è l’apocalisse.
Muore dilaniato nelle membra assieme ad Agostino CATALANO, Emanuela LOI, Vincenzo LI MULI, Walter Eddie CUSINA e Claudio TRAINA.
Nel paese vi è una scossa di dolere e di indignazione, lo Stato deve reagire non ci sono alternative.
Dopo arriveranno le altre bombe, gli attentanti di Milano, Roma e Firenze, le stragi mancate e quelle rinviate ed infine una nuova pax mafiosa.
Quello che è accaduto in quegli anni è ancora da capire, come ancora da scoprire è quello che avvenne in quei 56 giorni intercorrenti tra la morte di Giovanni e Paolo.
Antonino INGROIA, allievo prediletto di Paolo BORSELLINO, ha detto che la seconda Repubblica affonda i suoi pilastri nel sangue delle stragi di quella maledetta estate.
E’ indubbio che Cosa Nostra non poteva non sapere che uccidere in quel modo e con quella tempistica due magistrati simbolo come Giovanni e Paolo avrebbe costretto, se non obbligato, lo Stato a reagire.
Da allora sono passati vent’anni e spesso, ripensando a quei giorni, mi sono domandato perché sono ancora in questo Paese. Non vado via perché ci sono stati e sempre ci saranno nel mio animo Giovanni e Paolo ma, soprattutto, il loro esempio di vita.
In questo Paese che chiama eroi chi, semplicemente, fa il proprio mestiere, dimentico dell’insegnamento di Bertolt BRECHT: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”.
A proposito, quasi dimenticavo. Il concorso non l’ho più vinto, in compenso l’anno dopo, ed esattamente il 24 maggio del 1993, davo il mio primo esame universitario ed oggi sono divenuto avvocato.
La mia tesi è dedicata a Giovanni FALCONE e Paolo BORSELLINO ed una copia è stata appesa all’albero Falcone in Via Notarbartolo a Palermo, la casa dove abitava il magistrato.
Per favore non dimenticate quello che è stato e chiedete sempre di conoscere la verità.