23/10/2025
Viviamo in un’epoca storica in cui il merito, la competenza e la determinazione sembrano dare fastidio a chi sguazza nella sua mediocrità senza nessuna possibilità realistica di sottrarsi alla sua miseria umana e morale.
Chi lavora con disciplina, costruisce con pazienza e arriva a risultati concreti, oggi diventa troppo spesso un bersaglio, soprattutto da parte di chi le ha provate tutte (ma proprio tutte) per raggiungere il tanto agognato riconoscimento con zero risultati
Un bersaglio per chi non ha saputo — o voluto — impegnarsi allo stesso modo.
Un bersaglio per chi vive ogni successo altrui come uno specchio impietoso del proprio fallimento.
È una dinamica che da anni osservo nei contesti più diversi: professionali, mediatici, sociali.
L’odio non nasce mai dal nulla. Ha sempre una matrice profonda fatta di invidia, frustrazione, senso di inferiorità e proiezione.
Il fallito non tollera il testimone vivente di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.
Per questo attacca, calunnia, scredita, insulta.
Nella sua mente distorta, distruggere l’altro diventa l’unico modo per sopravvivere al dolore della propria irrilevanza, mediocrità, inadeguatezza.
Su base quotidiana mi vengono segnalati attacchi farneticanti alla mia persona che, con crescente frequenza, sfociano in minacce dirette ai miei affetti più cari.
Questi episodi non sono mere opinioni sgradevoli, rappresentano una escalation che mette a rischio persone reali, vulnerabili per la loro semplice vicinanza a me.
Su questo punto procedo — e procederò — nelle debite sedi giudiziarie, senza alcuna pietà per questi soggetti, né, tantomeno, per le loro evidenti psicopatologie.
La difesa della mia incolumità e di quella delle persone a me care non è negoziabile.
C’è un confine netto tra libertà di espressione e diffamazione, tra critica e violenza verbale.
Io non permetterò mai che l’odio travalichi la legge.
Mi difendo — e continuerò a farlo — con gli strumenti che il diritto mette a disposizione.
Perché è giusto così.
Perché esistono limiti che non possono essere superati impunemente.
E perché quando le parole diventano armi — quando si trasformano in calunnie, in diffamazioni, persino in minacce di morte e istigazione all’odio — la risposta non è il silenzio, ma la giustizia.