Gabriella Marano - Criminologa

Gabriella Marano - Criminologa Gabriella Marano. Criminologa. Vivo e lavoro tra Latina, Roma e Milano. Da sempre, combatto la violenza di genere. Cerco la verità, in ogni dettaglio.

Oggi si è aperto davanti alla Corte d'Assise di Milano il processo per l'omicidio di Pamela Genini.Accanto alla madre, U...
04/06/2026

Oggi si è aperto davanti alla Corte d'Assise di Milano il processo per l'omicidio di Pamela Genini.
Accanto alla madre, Una Smirnova, che seguo come consulente di parte, continuiamo a cercare verità e giustizia per una giovane donna vittima di una violenza brutale, maturata in una relazione segnata dal possesso e dal controllo.
Dalle risultanze investigative emerge un interrogativo che pesa come un macigno: Pamela poteva essere salvata? Molti degli elementi di rischio che caratterizzavano la sua situazione sembrano essere stati colposamente sottovalutati o trascurati. È una domanda che merita risposte e che sarà centrale nel percorso processuale appena iniziato.
Ma c'è anche un'altra vicenda che continua a interrogare tutti noi: quella della profanazione della tomba di Pamela e della sottrazione di una parte del suo corpo. Una ferita ulteriore, dolorosissima per la famiglia, sulla quale resta ancora molto da chiarire. Attualmente indagato in un questo procedimento è Francesco Dolci.
Per Pamela, per sua madre e per la ricerca della verità, il cammino giudiziario prosegue.
Di questi temi parleremo questa sera a . Vi aspetto!

Da piccoli li teniamo in braccio. Da grandi li guardiamo camminare da soli. E forse la parte più bella dell'essere genit...
02/06/2026

Da piccoli li teniamo in braccio. Da grandi li guardiamo camminare da soli. E forse la parte più bella dell'essere genitori è proprio questa: scoprire che l'amore non serve a trattenere, ma a rendere liberi.
Lui è cresciuto, io con lui. E oggi è lui a tenere in braccio me. Un attimo leggero, un gioco, eppure dentro ci vedo tutta la meraviglia del tempo: una vita che diventa adulta, le distanze che si accorciano, il dialogo che si arricchisce, le vite che continuano a incontrarsi da prospettive nuove. Perché l'amore più autentico non resta immobile: cresce, si trasforma nelle sue espressioni, ma continua a essere il luogo in cui tornare sempre...

“Sei mia.” “Mandami la posizione.” “Con chi sei?” “Perché non rispondi?” “Fammi vedere il telefono.”Troppo spesso chi co...
02/06/2026

“Sei mia.” “Mandami la posizione.” “Con chi sei?” “Perché non rispondi?” “Fammi vedere il telefono.”
Troppo spesso chi controlla viene ancora confuso con chi ama. Ma l’ossessione non è amore. Il controllo non è protezione. La gelosia estrema non è intensità emotiva.
Le dinamiche più pericolose raramente iniziano in modo evidente. Si insinuano nella relazione attraverso richieste che sembrano normali, persino legittime. Richieste che vengono giustificate, minimizzate, normalizzate: “Lo fa perché ci tiene.” “È solo geloso.” “Ha paura di perdermi.”
E così, poco alla volta, si smette di fare ciò che si desidera per fare ciò che evita conflitti. Si inizia a dare spiegazioni non perché si vuole condividerle, ma perché ci si sente obbligati a fornirle. Si rinuncia a un pezzo di libertà. Poi a un altro. E poi a un altro ancora. Finché non ci si accorge che non si sta più vivendo spontaneamente, ma in funzione delle reazioni dell’altro.
L’amore non ti chiede di restringerti per far sentire più sicuro qualcun altro.
Non ti chiede di rinunciare a te stesso.
Non ti chiede di vivere sotto esame.
Perché l’amore non cresce nel controllo.
Cresce nella libertà.
E tutto ciò che ha bisogno di una gabbia per non essere perso, non è amore. È schiavitù.

Domenica abbiamo attraversato la città toccando i luoghi che ogni giorno rappresentano tutela, giustizia, sicurezza e cu...
02/06/2026

Domenica abbiamo attraversato la città toccando i luoghi che ogni giorno rappresentano tutela, giustizia, sicurezza e cura: la Caserma dei Carabinieri, la Questura, la Guardia di Finanza, l'Ospedale, il Tribunale e la Prefettura.
La risposta delle istituzioni è stata forte e concreta. In una calda mattina di maggio, donne e uomini delle istituzioni hanno scelto di esserci, camminando al nostro fianco e confermando un'alleanza fondamentale: quella tra cittadinanza, legalità e solidarietà.
Un segnale importante, che dà forza al lavoro che porta avanti ogni giorno accanto a chi vive situazioni di dolore, violenza e fragilità.
Questa, però, è la foto simbolo che porto nel cuore: mani diverse, storie diverse, un unico impegno.
Contro la violenza non esistono colori, nazionalità o distanze: esiste soltanto una comunità che sceglie di esserci. Perché la dignità umana parla una lingua universale.
La violenza divide. Noi abbiamo scelto di fare l'opposto: incontrarci, riconoscerci e camminare insieme. La battaglia più importante è quella che ci ricorda che siamo tutti parte della stessa umanità.

Dietro le quinte c’è sempre qualcosa di sospeso.Un tempo breve, quasi irreale, che precede le luci, le telecamere, il ra...
30/05/2026

Dietro le quinte c’è sempre qualcosa di sospeso.
Un tempo breve, quasi irreale, che precede le luci, le telecamere, il racconto. Un momento in cui tutto sembra fermarsi, un istante in cui il pensiero si raccoglie prima che inizi la parola.
Poi si accenderanno le luci, partiranno le telecamere e si inizierà a parlare di vicende umane: scomparse, conflitti familiari, fragilità, dolore, tragedie che hanno attraversato intere vite. Ed è proprio per questo che non bisogna mai perdere di vista una cosa. Che prima di ogni analisi, prima di ogni ricostruzione, prima di ogni opinione, esiste sempre una dimensione che non può essere ridotta: la dimensione umana.
Quella che non entra nei titoli, che non si esaurisce nei minuti di una trasmissione, che non si lascia contenere nelle sintesi.
È fatta di persone che continuano a vivere dentro ciò che è accaduto. Di famiglie che restano sospese tra ciò che sanno e ciò che non sapranno mai. Di domande che non trovano spazio ma continuano a pesare ogni giorno. Di assenze che non diventano mai davvero passato.
Ci sono famiglie che non hanno più tempo. Ci sono affetti che cercano un senso. Ci sono vite che non si esauriscono mai dentro ciò che si vede o si racconta.
E allora il punto non è solo cosa si dice, ma come lo si attraversa.
Con quale sguardo si entra in una storia. Con quale rispetto si nominano le fragilità. Con quale consapevolezza si racconta ciò che appartiene alla vita reale di qualcuno.
Perché raccontare non è mai solo descrivere. È anche assumersi la responsabilità di non ridurre l’umano a una semplificazione.
La dimensione umana è ciò che resta quando tutto il resto si spegne. Ed è ciò che merita di essere custodito, anche dentro il racconto pubblico.
Con dignità. Sempre.

Oggi al   per una giornata di formazione con la  .Di solito il crimine lo racconto. Oggi l’ho condiviso con chi lo affro...
28/05/2026

Oggi al per una giornata di formazione con la .
Di solito il crimine lo racconto. Oggi l’ho condiviso con chi lo affronta ogni giorno, sul campo — un confronto sulla mente, sui segnali, su ciò che muove la devianza prima che diventi atto.
Portare la criminologia dove serve davvero. È il senso di tutto il resto.
Grazie a chi mi ha voluta qui.
arche

La violenza più pericolosa, a volte, è quella che non lascia segni visibili.Non rompe ossa. Non lascia lividi, ferite, e...
27/05/2026

La violenza più pericolosa, a volte, è quella che non lascia segni visibili.
Non rompe ossa.
Non lascia lividi, ferite, ecchimosi, lacerazioni.
Non manda necessariamente in ospedale.
Non sempre produce prove evidenti.
E proprio per questo viene minimizzata, giustificata, perfino confusa con l’amore.
La violenza psicologica funziona attraverso un lento processo di destabilizzazione mentale ed emotiva. Non agisce solo su ciò che una persona vive, ma su come quella persona finisce per percepire sé stessa.
Il controllo diventa normalità.
La paura diventa adattamento.
La svalutazione diventa identità.
All’inizio può sembrare “troppa attenzione”: richieste continue, gelosia, bisogno di sapere tutto, pressione costante. Poi arrivano la manipolazione, l’isolamento, i ricatti emotivi, il silenzio punitivo, la colpevolizzazione.
“Se reagisci così sei pazza.”
“Te lo sei immaginato.”
“Il problema sei tu.”
“Guarda come mi costringi a comportarmi.”
Nel tempo, la vittima entra in uno stato di ipervigilanza psicologica: controlla ogni parola, ogni gesto, ogni reazione per evitare conflitti. Non vive più spontaneamente, vive per prevenire l’esplosione dell’altro.
Ed è qui che avviene uno degli effetti più devastanti: la perdita progressiva del senso di realtà.
In psicologia questo meccanismo può assumere forme manipolative molto profonde, fino a portare la persona a dubitare delle proprie emozioni, dei propri ricordi, della propria percezione dei fatti. La vittima non si sente più sicura nemmeno di ciò che prova.
La violenza psicologica non distrugge in un giorno.
Distrugge lentamente.
Consuma autonomia, autostima, lucidità, identità.
E spesso, quando dall’esterno ci si chiede: “Perché non se ne va?”, la domanda reale sarebbe un’altra: Quanto può diventare difficile salvarsi quando qualcuno, per mesi o anni, ti ha convinto che non vali abbastanza per farlo?

Un bambino di 12 anni non viene accoltellato “all’improvviso” dal padre. E certe tragedie non possono essere archiviate ...
26/05/2026

Un bambino di 12 anni non viene accoltellato “all’improvviso” dal padre. E certe tragedie non possono essere archiviate con parole comode come raptus o crisi d’astinenza. Sì, la dipendenza e l’astinenza possono alterare profondamente il comportamento: aumentano impulsività, aggressività, instabilità emotiva, sospettosità, disorganizzazione mentale. Ma spiegare un gesto così estremo soltanto attraverso l'uso di sostanze significa fermarsi alla superficie e rinunciare a comprendere davvero ciò che accade dentro certe famiglie.
La violenza intrafamiliare non nasce in un minuto. Si costruisce lentamente. Cresce nelle crepe relazionali, nel controllo, nella paura, nelle minacce, nell’imprevedibilità quotidiana, nella sofferenza che troppo spesso resta invisibile.
Per questo, davanti a casi come questo, la domanda non dovrebbe essere soltanto “cosa è successo oggi?”, ma cosa accadeva prima.
Che clima respirava quel bambino?
Quali segnali c’erano già stati?
Quali comportamenti erano stati normalizzati?
Chi aveva visto e non aveva compreso la gravità?
Chi aveva intuito e non era intervenuto?
Perché quasi mai questi episodi rappresentano un punto di partenza, sono, più spesso, il punto di arrivo di una lunga escalation. E allora il problema diventa anche nostro. Perché continuiamo ad attivarci solo quando la violenza esplode nel modo più drammatico?
Perché il dolore dei minori riesce a diventare visibile solo dopo la tragedia?
La verità è che un genitore non smette di essere genitore solo quando colpisce fisicamente un figlio. La funzione genitoriale si deteriora molto prima: quando viene meno la protezione, quando l’ambiente familiare diventa emotivamente instabile, quando paura, caos e aggressività prendono il posto della sicurezza affettiva.
E in queste situazioni bisogna avere il coraggio di dirlo con chiarezza: quando un genitore rappresenta un pericolo concreto, il bambino va immediatamente messo in protezione, mentre il genitore deve essere allontanato e la responsabilità genitoriale sospesa.
Perché proteggere un minore non significa spezzare una famiglia. Significa interrompere una spirale di violenza prima che sia troppo tardi.

25/05/2026

Gabriella Marano - Criminologa si unisce alla campagna di Missing Children Europe per il 25 Maggio Giornata Internazionale dei minori scomparsi.

Ho visto l’Antigone di Sofocle nel teatro antico di Siracusa, un sogno che custodivo da anni.Ci sono opere che non resta...
20/05/2026

Ho visto l’Antigone di Sofocle nel teatro antico di Siracusa, un sogno che custodivo da anni.
Ci sono opere che non restano chiuse nei libri: continuano a parlare dell’essere umano, delle sue contraddizioni, del dolore, dell’amore, del potere e della coscienza.
La tragedia greca costringe a guardare oltre la superficie delle cose e insegna che la realtà umana non è mai semplice, né riducibile a verità assolute.
Mi sento profondamente fortunata ad aver fatto studi classici, perché il mondo classico mi ha insegnato a interrogarmi continuamente sull’essere umano, a diffidare delle semplificazioni e a comprendere che dietro ogni scelta convivono paura, appartenenza, orgoglio, ferite, amore e bisogno di riconoscimento.
Antigone continua a essere potentissima perché mette al centro il conflitto eterno tra leggi scritte e leggi non scritte, tra la legge dello Stato e quella morale, tra il potere e la coscienza.
Antigone sceglie di restare fedele a ciò che sente profondamente giusto, ai legami di sangue e alla propria identità, pur sapendo che quella scelta l’avrebbe condotta alla distruzione.
La tragedia greca aveva già compreso quanto l’essere umano possa lacerarsi quando ciò che sente interiormente entra in conflitto con ciò che il mondo impone.
Ed è probabilmente per questo che i classici non smettono mai di essere attuali: ricordano a tutti — anche a chi detiene il potere — che esiste sempre qualcosa di più grande delle leggi scritte. La coscienza, il tempo, la fragilità umana. E quella forma di giustizia che, prima o poi, arriva per tutti.
Avvicinatevi ai classici, al teatro, alla cultura.
Perché educano al pensiero, al dubbio, all’umanità. E in un tempo che semplifica tutto, imparare a comprendere l’essere umano resta una delle poche cose che possono davvero salvarci.

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